La camicia nuova…

Celebrazione Eucaristica del Rito di Ammissione agli Ordini Sacri

 

La camicia nuova…

Abito scuro, camicia chiara, colletto sbottonato.

Così, con tale abbigliamento, Michele D’Agostino fa il suo ingresso nella “sua” Chiesa di San Giorgio della Vittoria. Lo precedono, lungo la processione che da avvio alla Solenne Concelebrazione Eucaristica, i ministranti e i seminaristi. Dietro di lui, l’equipe formativa del Seminario Arcivescovile “Pio XI”, il suo parroco don Nuccio Cannizzaro e l’Arcivescovo Metropolita Padre Giuseppe Fiorini Morosini.

“Oggi – annuncia l’Arcivescovo, subito dopo il Segno di Croce – Michele conclude un cammino, formativo e spirituale. Se ne apre uno nuovo, carico di speranza, che culminerà con l’Ordinazione Sacerdotale. Stasera Michele farà la Petitio, chiederà, cioè, al Vescovo l’ammissione agli Ordini Sacri, del diaconato e del sacerdozio. Un cammino – chiosa Mons. Morosini – che Michele comprende ed inizia all’ombra dell’amato parroco don Nuccio Santoro, che dal Cielo, oggi, sorride e si compiace per questo suo figlio”.

La Liturgia della Parola è quella dell’ottava domenica del Tempo Ordinario, ed il Vangelo, tratto dal racconto Lucano, riporta l’interrogativo di Gesù: “come puoi dire al tuo fratello: fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio?”

All’omelia l’Arcivescovo cita San Francesco da Paola, e la definizione che il Santo da del correttore, per far comprendere che

“Gesù condanna l’ipocrisia del giudizio dato senza alcun coinvolgimento. San Francesco chiamò correttori tutti coloro preposti al governo dell’ordine, perché correggendo prima di tutto loro stessi, potessero poi correggere il fratello in stato di peccato, compenetrandosi nella sofferenza che questi vive, coinvolgendosi col suo dramma”.

Gesù, continua Padre Giuseppe, “esorta, specialmente noi, sacerdoti e seminaristi, a compenetrarci nell’altrui sofferenza, ma, soprattutto, a coinvolgerci nell’annunciare il Vangelo. Non possiamo parlare di Cristo se, di Cristo, non ne abbiamo fatto, prima di tutti noi, esperienza concreta”.

Quindi, Mons. Morosini, rivolgendosi a Michele, prosegue: “è la sera della Petitio, della richiesta. Petitio viene dal verbo latino petere. Da giovani, nelle versioni, trovavamo un duplice significato: petere aliquid, ovvero chiedere qualcosa, e Romam petere, ovvero dirigersi, tendere, verso Roma. Tu stasera chiedi di essere ammesso agli Ordini, ma se non ci fosse da parte tua il desiderio, forte, di tendere verso Cristo, vana, senza senso, sarebbe la tua richiesta e la successiva Ordinazione”.

La vita di ogni sacerdote, di ciascun seminarista, tuona paternamente Padre Giuseppe, “deve essere orientata verso Cristo, altrimenti la sua stessa esistenza, nonché la sua funzione ministeriale, si svuota di significato. La vita, la fede, la spiritualità e l’impegno del consacrato devono essere costruiti su quell’unica Pietra Angolare che dà loro senso, Gesù”.

E concludendo, Mons. Morosini esorta Michele “ad intensificare l’impegno a dirigerti verso Cristo, e a lasciarti, ancora di più, guidare in questo ultimo tratto di strada. Confrontati con quanti il Signore ha posto accanto a te”.

Terminata l’omelia, ha luogo il Rito della Petitio. E quando Padre Giuseppe chiede a Michele quali siano state le parole che hanno sancito questo suo desiderio di farsi tutto in Cristo, Michele, all’ambone, citando Isaia, “perché tu sei prezioso ai miei occhi, dunque sei degno di stima e Io ti amo”, racconta che “questa è la vita che sogno da bambino”, implora il buon Dio “d’accogliere l’offerta di questa povera vita, rivelando così il sogno che Lui stesso ha messo nel mio cuore”, confida che “è stato il Signore a trasformare nella mia vita l’inquietudine in ricerca e l’attesa in cammino da percorrere, e, all’ombra di sante figure sacerdotali, coi piedi soldi nella terra e lo sguardo rivolto al Cielo, sono qui stasera a coronare il mio sogno”.

Poi, all’offertorio, la sedia che, ai piedi dell’Altare, ha ospitato Michele durante la Liturgia della Parola, resta vuota. Michele torna in Chiesa qualche istante dopo, indossando, sotto la giacca, una camicia scura, col collarino che vediamo indossare ai preti…

Comincia, così, per Michele, un tempo nuovo, in attesa che le sue mani vengano unte col Sacro Crisma e che quel suo fraterno “belli miei” con cui chiude i suoi post su facebook si trasformi in tenero abbraccio, non solo fraterno, ma paterno.

                                        Antonio Marino

La comunità parrocchiale di S. Giorgio si stringe attorno a Michele D’Agostino
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