La Giornata Mondiale del Teatro

Caro lettore,

quest’oggi … ho da chiederti un piccolo sacrificio.

Ti prego, seguimi, alzati dalla tua panchina quotidiana.

Desidero portarti in un luogo che è l’unico spazio in cui le maschere assumo significato capace d’esser motivo di crescita umana, spirituale, culturale.

Eccoci giunti, amico mio: siamo a Teatro!

Eccoci in platea: mi provoca sempre una gran bella sensazione l’accarezzare il velluto delle poltroncine, nicchia che custodisce l’uomo o la donna che scelgono di sposar quel bel concetto di Eduardo De Filippo: “il teatro porta alla vita e la vita porta al teatro. Non si possono scindere le due cose…”  

Tuttavia, non è in platea che ci accomoderemo.

Quest’oggi, amico lettore, voglio portarti … dietro le quinte!

Vieni con me: attento ai gradini … eccoci giunti!

Fai attenzione: avverti questa intrigante fragranza sparsa tra quinte e tavoloni? È il profumo dei trucchi, del cerone, di tutti quei piccoli e colorati aggeggi che fan di ogni volto un viso nuovo, ora vecchio ora piccino, ora calvo ora capellone…

Ma non è neanche appresso ai trucchi che voglio rubarti questa tua porzioncina di tempo. Desidero farti conoscere tre Uomini, che tu ben conosci già, ma che son, tra tanti altri, essenziali nella formazione di ogni teatrante.

San Giovanni Bosco

Ecco il primo; eccolo intento ad asciugar una lacrima sul faccino di Domenico Savio. È San Giovanni Bosco che, a proposito del Teatro, ebbe a dire: “se le commedie sono ben scelte, il Teatro è scuola di moralità, di buon vivere sociale e, talora, di santità; sviluppa assai la mente di chi recita e gli dà disinvoltura; reca allegria ai giovani che vi pensano molti giorni prima e molti giorni dopo; è uno dei mezzi potentissimi per occupare le menti. Quanti pensieri cattivi o cattivi discorsi allontana, richiamando ivi tutta l’attenzione e tutte le conversazioni!”

Nel 1800 San Giovanni Bosco riteneva che il Teatro poteva essere anche … ponte che ti porta ad esser santo…

Karol Wojtyla

E San Giovanni Paolo II l’hai riconosciuto? Eccolo, assorto nella preghiera, col suo inseparabile rosario tra le dita. Karol Wojtyla, diciannovenne, scrisse la sua prima opera teatrale, “David”. Seguirono “Giobbe” nella primavera e “Geremia” nell’estate del 1940. Il giovane Karol, col dilagare sanguinario e catastrofico del secondo conflitto mondiale, viveva l’esperienza teatrale in maniera clandestina, addirittura recitando negli appartamenti, con pochissimo materiale di scena a disposizione, ma con una grande intuizione: “quella inaudita scarsità di mezzi – spiegò poi il futuro Papa – si risolse in un esperimento creativo. La compagnia scoprì che l’elemento fondamentale dell’arte drammatica è la parola umana vivente. Essa è al tempo stesso il nucleo del dramma, un lievito attraverso il quale passano le azioni umane e in cui trovano le dinamiche loro proprie”. E se il coinvolgimento diretto di Wojtyla nell’azione scenica o nella regia drammaturgica terminerà nel 1946, in coincidenza con la sua Ordinazione Sacerdotale, non smetterà però il suo cuore di buttar giù copioni! È di quel periodo il suo quarto dramma, “Fratello del nostro Dio”, seguito, nel 1960, da “La bottega dell’orefice”, e “Raggi di paternità” nel 1964.

S.E.Rev.ma Mons. Mario Paciello (a destra), nell’Episcopio reggino nel gennaio del 2012, assieme a S.E.Rev.ma Mons. Vittorio Mondello

E infine ecco Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Mario Paciello. Fino al 2013 è stato Arcivescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti; oggi, da Emerito, vive la sua paternità episcopale abitando nella Parrocchia del SS. Redentore ad Altamura, predicando in giro per l’Italia corsi di Esercizi Spirituali e continuando ad incrementare la sua produzione teatrale. Nella introduzione al suo volumetto “Cammini di speranza. Opere Teatrali”, Mons. Paciello annota: “il Teatro è un veicolo formidabile di messaggi, perché offre la possibilità, particolarmente ai giovani, non solo di <<vedere>>, ma anche di rappresentare, assimilare e mediare testimonianze di vita che lasciano segni interiori difficilmente cancellabili”. E soffermandosi sui protagonisti dei tre lavori che compongono il libro, spiega: “Ester, Francesco d’Assisi e Thomas More hanno preso coscienza di essere stati chiamati a farsi collaboratori di Dio per indicare agli uomini del loro tempo e alla storia la strada che porta la cultura, la politica, l’economia, i governi, i popoli alla salvezza”.

Ho finito, caro amico lettore, non ti tedio più. Mi permetto solo rammentarti, come già sai, che uno dei predecessori di don Nuccio Cannizzaro, parroco di “San Giorgio della Vittoria” nonché Chiesa degli Artisti”, nei primi anni del Ventesimo Secolo, nel suo paese natio, Gallina, fondò il “Circolo San Luigi”, dedicandosi così alla formazione dei giovani, anche attraverso il Teatro. Stiamo parlando di don Demetrio Moscato, dapprima nominato parroco del Tempio della Vittoria, poi eletto Arcivescovo Primate di Salerno.

S.E.Rev.ma Mons. Demetrio Moscato

Puoi andare, amico mio, io, invece, m’attardo ancora un po’, qui, sul proscenio, tra le quinte e il sipario calato. Sai, oggi, 27 marzo, è la Giornata Mondiale del Teatro. Venne istituita nel 1961, su proposta del drammaturgo finlandese Arvi Kivimaa, durante il nono congresso mondiale dell’International Theatre Institute.   

Buona giornata, amico lettore. Vai pure, torna alla quotidianità. Io, resto ancora qualche momento sul palcoscenico, riascoltando nell’animo quanto ebbe a proferire Victor Hugo: “il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sottoterra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco”.

                                                          Antonio Marino

 

 

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