Il primogenito

Le tenebre, come gomma sul disegno del bambino, stanno cancellando l’ennesimo due aprile della nostra vita.

È notte sulla Reggio nata alla fede con la predicazione dell’Apostolo Paolo e nell’aria, seppur umida, circola la sensazione che questi due primi giorni, di questo aprile in riva allo Stretto, resteranno scolpiti nelle agendine della vita…

Tre sono i fotogrammi incancellabili dalle memorie dei nostri smartphone: i volti, il chicco di grano, il germoglio…

Una manciata di secondi ancora e la lancetta dell’orologio si collocherà sul tre, facendo così scoccare la quindicesima ora del due aprile. Il foyer del Teatro Comunale “Francesco Cilea” è gremito. L’attore sta per uscire sul palcoscenico e la folla, impaziente, attende il momento del buio in sala. Stavolta, però, l’attore, uscirà dal portone d’ingresso… O meglio: lo faranno uscire dal portone d’ingresso, gli faranno scendere le scale, e poi…

Giacomo Battaglia, ingabbiato in quello stranissimo camerino fatto di tavole inchiodate quasi addosso, sta là, ad un tiro di schioppo dalla platea, quella schiera di poltroncine che hanno ospitato innumerevoli popoli che di lui hanno apprezzato battute e trasformismi scenici.

Giacomo Battaglia è morto: sulla sua faccia non si alzerà più il sipario di stoffa pesante…

Accanto a lui ci stanno due volti che s’avvinghiano, per svariate ragioni, alla sua seppur breve galoppata artistico-esistenziale. C’è Gigi Miseferi, i cui occhi, strapazzati dalle lacrime, non hanno l’umano, fraterno, artistico, coraggio di guardare né quello stranissimo camerino che ingabbia Giacomo né tantomeno l’ingresso alla platea e poi al palco. Scappano, quegli occhi, in cerca di speranza. Ma più tardi, al termine della Liturgia Esequiale, Gigi, all’ambone, in una traboccante d’umanità Chiesa degli Artisti, dirà: “con Giacomo, in fase creativa, abbiamo litigato tantissime volte, lanciandoci ogni sorta di corpo contundente!!! Ma mai, mai abbiamo litigato per un centesimo…” E lì dimostrerà d’aver trovato la pace del cuore, poiché l’umanità sua, l’umanità di Giacomo, sono quelle che tanto piacciono al Nazareno Risorto: costruiscono futuro, rimodellano in bene il presente, non badano alle quisquilie, né alle pinzillacchere…

C’è Martufello, dalle cui labbra eravamo, a Reggio e fino ad oggi, abituati a sentir parlare delle vicissitudini di quel cumpari ‘Zzappittu protagonista delle sue esilaranti barzellette. Nel foyer del Cilea resta arroccato alla sedia, sguardo che va oltre il suddetto camerino e viso irriconoscibile, tirato. Ma, anche lui dall’ambone, chiamato in causa da Miseferi, dirà  di attendere “una risata dal Cielo. Allora capirò che Giacomo mi segue e che anche lì si sta divertendo…” Ed anche Martufello trova ragioni di speranza, sapendosi già controllato da quell’amico che ha semplicemente cambiato residenza: da Reggio Calabria alla Gerusalemme Celeste.

Fattolo uscire dal Cilea, giunte sul Corso Garibaldi, quelle spalle, degli amici suoi di una vita e dei suoi fratelli Portatori della Vara, lo portano ai piedi dell’altare della Chiesa di “San Giorgio della Vittoria”, la Chiesa degli Artisti.

A presiedere il solenne Rito Funebre è il parroco, don Nuccio Cannizzaro, “padre spirituale degli artisti reggini”, scrive Natalino Licordari su Gazzetta del Sud.

Concelebrano mons. Giorgio Costantino e don Gianni Licastro.

All’omelia – ed ecco quegli altri due fotogrammi, che vengono fuori dalla galleria dello smartphone: il chicco di grano e il germoglio – don Nuccio dà l’impressione di parlare di un nuovo inizio…

Ma come, Giacomo Battaglia è morto, i riflettori si sono spenti, gli abiti di scena ammuffiscono nel baule, e il parroco parla di “di nuova primavera della speranza per la città”?

Ebbene si!

Cita Paolo VI, don Nuccio, e quell’esigenza di bellezza che ha il mondo, perché, argomenta don Cannizzaro, “la bruttezza che ci circonda ci fa disperare”.

Cita Giovanni Paolo II, don Nuccio, e quell’impegno che investe “l’artista e la sua arte: far rinascere un popolo”.

Cita Benedetto XVI, don Nuccio, e quella grande capacità dell’arte di spargere “speranza sull’umanità”.

L’arte, prosegue il parroco, che “apre verso l’Altro, verso la pienezza della bellezza”.

E Giacomo, quasi sussurra don Nuccio, “c’ha dato il grande dono della sua arte. L’ha donata a tutti noi, che bramiamo bellezza… Ha prestato la sua vita a questa città, l’ha amata e mai rinnegata”.

E dopo aver tratteggiato, col pennino intinto nell’inchiostro del cuore ed in poche ma affettuosamente realistiche immagini, quel tratto esistenziale vissuto in cinquantaquattro anni tra Reggio e i palcoscenici, don Nuccio si rivolge agli artisti della Reggio Metropolitana: “non chiudetevi  nel vostro guscio. Siate meno narcisisti, perché voi servite la bellezza. Abbiamo assoluto bisogno di artisti. La vostra arte è necessaria. Da voi artisti, da questo luogo, oggi può nascere una nuova speranza per questa terra. Il seme lo abbiamo già piantato in terra. È lui: è Giacomo! Sta a noi far germogliare una nuova era per la nostra terra”.

Insomma … ripartiamo da Giacomo … il primogenito…

E si, perché come sottolineato ad inizio omelia da don Nuccio, “questo di Giacomo è il primo funerale di un artista che celebriamo nella Chiesa degli Artisti. E come primogenito nella Chiesa degli Artisti ti meriti, caro Giacomo, il riconoscimento della Città”.

E chissà se la vita del primogenito sarà da monito per tutti gli artisti che, nonostante le tenebre abbiano momentaneamente avuto la meglio sulla luce, si stanno già rimboccando le maniche per ridar dignità e colore alla Reggio bella e gentile…

                                          Antonio Marino

Se ti piace, condividi:

1 commento su “Il primogenito”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *