San Giorgio: il nostro campione

Essendo stato pubblicato domenica scorsa, 7 di aprile, il manifesto contenente ogni dettaglio inerente la novena e i festeggiamenti in onore di San Giorgio, patrono della Città di Reggio Calabria nonché titolare del Tempio della Vittoria, che è anche la Chiesa degli Artisti, e mancando esattamente quattordici giorni alla Solennità del 23 aprile, ci par di fare cosa utile all’animo nostro spulciare, tra gli scaffali che custodiscono cartacei reperti storici, pagine riguardanti il nostro Santo Patrono.

Ovviamente senza pretesa alcuna d’ergerci a storici o ad esperti di storia patria.

Lo facciamo da umili innamorati che, senza malizia alcuna, vogliono sapere qualcosina in più sull’amata propria.

Miniatura di arte copta sul Santo che colpisce il drago

Il primo a venire in soccorso nostro è San Pier Damiani, vescovo e dottore della Chiesa. In un suo discorso così s’esprime: “Giorgio passò dall’uno all’altro servizio militare. Cambiò l’ufficio di tribuno con la milizia cristiana. Nei nuovi ranghi si comportò come valoroso soldato. Distribuendo tutto ai poveri si liberò prima di tutto del peso dei beni terreni, e così libero e sciolto e ricoperto della corazza della fede si gettò come ardimentoso guerriero di Cristo nel bel mezzo della mischia. Con queste parole siamo edotti che non possono combattere fortemente e convenientemente coloro che temono ancora di spogliarsi dai beni della terra. Invece San Giorgio, acceso dal fuoco dello Spirito Santo e invincibilmente premunito del vessillo della Croce, combatté contro il re dell’iniquità. Sconfisse il capo di tutti i malvagi nei suoi satelliti ed infuse coraggio e valore nel cuore dei soldati di Cristo. Alla battaglia era presente, anche se invisibile, il generale supremo. È lui, del resto, che per il suo piano particolare permette di infierire alla banda degli empi. E se consegnò nelle mani dei carnefici il suo martire, tuttavia ne custodì, difese e protesse validamente l’anima che si appoggiava sulla rocca inespugnabile della fede”.

La tomba di San Giorgio nella città israeliana di Lod

Sant’Andrea di Creta, Padre della Chiesa Orientale, così, in un panegirico, affresca il Patrono nostro: “la memoria del nostro campione non solo ci ricorda per eccellenza la passione del Signore, giungendo a noi gradita per il suo atletico combattimento e bella per i fulgori primaverili, bensì partecipa assai largamente della gioia che ridonda delle più grandi solennità divine. Giorgio, io dico, che nel nome significò maturanza divina e maturando mostrò in sé grazia rispondente al nome… Giorgio fu grande agricoltore di divine ispirazioni; egli, orticello divino, nel quale fu lavorata la grazia della fede e per tutti compiuti i numerosi miracoli. Costui, come rosa di mezzo alle spine, ebbe allora a nascere; e cresceva, di mezzo al lezzo dell’idolatria, come giglio odoroso di fede. Ebbe a sorgere come un cipresso di mezzo ad un roveto, o come un ulivo che nereggia nel deserto, o come palma che raddolcisce i frutti già amari, o come luna piena che manda raggi in notte assai fosca, o come fiaccola in dense tenebre, o come stella del mattino di mezzo alle nuvole oscure per coloro che vanno raminghi nel mare, o come sole che vibra lieto splendore di mezzo ad una densa nebbia…”

E se l’agiografo bizantino Metafraste, biografo accreditato del Santo nostro, intorno al 964 d.C., raccontava che “il piccolo Giorgio, cristianamente educato alla verace pietà dai suoi genitori, accolse e fecondò nel suo cuore quei semi d’eroiche virtù, onde la Chiesa sorgente, tra lotte e trionfi, dalle rovine del paganesimo, a quel tempo abbisognava”, l’eminentissimo Cardinal Carlo Caffarra, il 23 aprile 1998, presiedendo a Ferrara il Solenne Pontificale in occasione dei festeggiamenti patronali per San Giorgio, offrì una pregnante meditazione sul senso e significato del martirio. “Messo nella necessità – attaccava il Cardinal Caffarra – di dover scegliere fra l’essere ucciso nel corpo e l’essere ucciso nell’anima, il martire non ha avuto dubbi: ha scelto di essere ucciso piuttosto che vivere, tradendo le ragioni per cui vale la pena di vivere. Non è il morire come tale che fa il martire, ma la causa per cui il martire viene ucciso, dice Agostino. Il martirio è la <<messa in evidenza>> di ciò che quotidianamente accade nella storia, il martirio non è privilegio di alcuni. Ogni discepolo di Cristo è chiamato al martirio. Presentando infatti l’esistenza cristiana, San Paolo parla di tribolazioni, di pazienza, di virtù provata. È un insegnamento fra i più chiari sul fatto che l’esistenza cristiana è un <<caso serio>>. La testimonianza del cristiano prende in consegna tutta la sua vita. Cristo l’ha detto in modo inequivocabile: chi non pospone tutto a Lui, anche la vita, non è degno di Lui”.

Pertanto, chiosa il Cardinal Caffarra,

“questa identità del cristiano, alla quale il nostro martire ci richiama, non deve essere intesa come un dovere, pesante e terribile, che il discepolo si sente imposto dall’esterno. La nostra esistenza deve lasciarsi espropriare dall’amore di Dio, rivelatosi in Cristo, e che lo Spirito ci fa ulteriormente sentire: lasciarci conformare all’amore di Cristo, che giunse fino al dono della vita. Qui scopriamo la vera natura del martirio cristiano. Il martire cristiano non muore per un’idea, sia pure assai elevata, per la dignità dell’uomo, la libertà, la solidarietà con gli oppressi. Egli muore con Qualcuno, Cristo, che è già morto e  risuscitato per lui. E questa è la nostra vocazione di cristiani”.

Insomma, a quanto pare, la testimonianza di vita del nostro San Giorgio è … buon viatico per prepararci al meglio ai riti della Settimana Santa.

E pertanto, sempre con umiltà, ed in punta di penna, nei prossimi giorni cercheremo di scoprire altro ancora sul nostro Santo, intrecciando anche musica e legami con la nostra Reggio…

                                        Antonio Marino

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1 commento su “San Giorgio: il nostro campione”

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