Stabat Mater

La Domenica delle Palme alla Chiesa degli Artisti

“Sarebbe potuta andare via, strapparsi i capelli, arrabbiarsi nei confronti di Dio, urlargli che le aveva promesso che suo Figlio sarebbe divenuto re d’Israele, che il suo regno non avrebbe avuto mai fine. E invece: eccolo … condannato da Pilato, flagellato, inchiodato alla Croce … ed ora morente. Ed ecco lei, Maria, la sua mamma, che piuttosto che ribellarsi, sta, ai piedi della Croce, con fede e speranza. Sta, sotto a quel Figlio che sfigurato, spira. Come stette nel Pretorio, sommersa dalle urla incitanti alla crocifissione del Figlio suo, mentre in cuor suo, lei, Maria, confidava che non si arrivasse alla condanna, che Pilato alla fine lo liberasse. Maria sta … come siamo chiamati anche noi a stare, sotto la Croce, con la sua stessa fede e la sua identica speranza. Facendo nostro quel versetto dello Stabat Mater: Santa Madre deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore…”

Così l’Arcivescovo Emerito di Reggio Calabria-Bova, Mons. Vittorio Mondello, conclude la sua omelia e con queste parole diamo inizio al  racconto della Domenica delle Palme nella parrocchia di “San Giorgio della Vittoria”, nonché Chiesa degli Artisti.

Tuttavia, prima di soffermarci ancora un po’ sulla predica episcopale dettata all’imbrunire, desideriamo dar conto di un passaggio omiletico mattutino pronunciato dal parroco don Nuccio Canizzaro.

All’omelia della Solenne Celebrazione Eucaristica delle ore 11 don Nuccio ricorda che “anche il nostro San Giorgio stringe tra le mani una palma”. E la palma, evidenzia il parroco, è “il simbolo che indica la risurrezione dei martiri, proprio come leggiamo nell’Apocalisse … dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani…”

Ed il riferimento al Santo Patrono, fatto da don Cannizzaro, c’introduce a quanto vissuto al pomeriggio: alle ore 18 la recita del Santo Rosario e della Novena a San Giorgio Martire … nel primo giorno del novenario!

Mezz’ora dopo la Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Mondello, concelebrata da don Nuccio Cannizzaro, presenti le dame e i cavalieri dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, del quale l’Arcivescovo Emerito è Priore.

Una Celebrazione, tanto al mattino quanto al pomeriggio, incominciata nel cortile, dove, al mattino don Nuccio all’imbrunire Mons. Mondello, hanno benedetto le palme e gli ulivi, rievocando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.

Quindi, in Chiesa, il Divin Sacrificio, caratterizzato dalla Lettura della Passione del Cristo secondo Luca.

“E Luca – attacca Mons. Mondello all’omelia – ci presenta Gesù che nella sua vita compie un lungo cammino, dalla Galilea fino a Gerusalemme. E ciò che accade a Gerusalemme costituisce il momento più solenne nella storia dell’umanità, poiché la passione, morte e risurrezione del Cristo hanno ricreato, hanno salvato, l’umanità intera”.

Pertanto, puntualizza il Presule, non viviamo i fatti accaduti a Gesù come “qualcosa di abitudinario. Come un film del quale conosciamo già il finale, per averlo già visto tante altre volte, e guardandolo non partecipiamo compiutamente alla trama”.

Portiamoci, esorta Mons. Mondello, “accanto a Maria, agli apostoli, viviamo intensamente quei momenti. Anche noi, d’altronde, in questa santa Quaresima, abbiamo percorso un lungo cammino. E stasera vogliamo soffermarci su alcuni momenti della Via Crucis”.

Dapprima è nell’orto del Getsemani che l’Arcivescovo conduce l’affollato uditorio: “lì Gesù soffre intensamente. Non fisicamente, però, ma moralmente. Ricordiamo tutti quel passaggio di Gesù:

<<Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà>>.

Gesù sperimenta la solitudine, l’abbandono: sembra quasi … ribellarsi anche al Padre suo… La sofferenza morale, ai nostri giorni, non sempre è capita, talvolta è addirittura derisa… Gesù è solo, ma s’affida completamente al Padre… Non essendo, così, più solo…”

È poi nel pretorio di Pilato che Mons. Mondello invita i tanti che gremiscono la Chiesa: “Pilato lo riconosce innocente. Eppure, quasi sopraffatto dalle urla di una folla, potremmo dire, inferocita, condanna Gesù … lo fa flagellare, quindi crocifiggere. La flagellazione, così come intesa dai romani, era talmente crudele che tanti morivano prima ancora di giungere al legno della croce. Era talmente spietata che, sotto i colpi di quel bastone, al quale erano legate delle strisce di cuoio che finivano con dei cilindri di piombo ricchi di punte aguzze, il malcapitato di turno veniva quasi scuoiato, venivano fuori i nervi… Ecco, dunque, la sofferenza fisica di Gesù. Una sofferenza, quella fisica, che lo stesse Gesù c’insegna a superare con la costante e sincera preghiera del cuore…”

Infine, Mons. Arcivescovo giunge, assieme a quanti lo seguono, sul Golgota dove “Maria assiste alla morte di quel Figlio suo…”

La Celebrazione Eucaristica, magistralmente animata dal Maestro Silvia Scullari all’organo e dai Soprani Alessandra Catania ed Eleonora Fucà – le cui melodie han permesso a grandi e piccini di … ritrovarsi, quasi fisicamente, appresso al Cristo, dal Cenacolo al Sepolcro… – termina con la preghiera delle dame e dei cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, recitata dall’Avvocato Aldo Porcelli, e col filiale grazie di don Nuccio Cannizzaro all’Arcivescovo Mons. Mondello e col paterno e competente ringraziamento a “coloro che hanno musicalmente animato ed elevato questa nostra Celebrazione Eucaristica”.

E mentre la luminaria, sulla facciata della Chiesa, continua, allegra e colorata, ad intimar motivi di aggregazione umana e spirituale riflessione, avvicinandosi la Pasqua e la Festa del Santo Patrono del popolo reggino, ai piedi del Crocifisso, sull’altare, sotto l’occhio fraterno ed artistico di San Giorgio, stava il mantello con le cinque croci, simbolo del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che appartenne ad una dama reggina, oggi cittadina della Gerusalemme Celeste.

Anche quel mantello … sta … come stette Maria … come dovremmo star noi … ai piedi di una Croce il cui legno potremmo, soltanto se lo volessimo, usare per … tanto per citar don Tonino Bello … “frantumare tutte le tombe in cui la prepotenza, l’ingiustizia, l’egoismo, il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria, l’indifferenza hanno murato gli uomini vivi”.

                                          Antonio Marino

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1 commento su “Stabat Mater”

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