Acqua … che lava e battezza…

Il Giovedì Santo alla Chiesa degli Artisti

Sembra d’avvertire il fruscio dell’acqua che, sgorgando dalla brocca, crolla sul piede, rigenerandolo, per poi fermarsi nel catino.

A “San Giorgio della Vittoria”, la Chiesa degli Artisti, è don Nuccio Cannizzaro, il parroco, a presiedere la solenne Celebrazione Eucaristica che dà avvio al Triduo Pasquale.

La processione introitale, con l’incenso fumigante e la croce astile, vede scorrere, uno dopo l’altro i dodici apostoli. Ultimo è il presidente d’assemblea, don Nuccio, con camice e pianeta che catturano l’occhio affascinato dal bello, quello vero…!

Tuttavia, è la meditazione omiletica a … crear scompiglio!

E si, perché com’è nello stile suo, il predicatore non offre ai propri fedeli riassuntini preconfezionati che non sparigliano le carte del s’è sempre detto così!

“dodici apostoli” per la lavanda dei piedi

Attacca, don Nuccio, con un paio d’interrogativi: “che cosa è stata l’Ultima Cena per Gesù? Come s’è giunti alla concezione del suo carattere di Cena Pasquale?”

Quindi, occhi negli occhi di ciascun parrocchiano, puntualizza: “la Cena Pasquale di Gesù non commemora la Pasqua ebraica, dell’Antico Testamento. È una cosa interamente nuova, inventata da Gesù. Consapevole della sua morte imminente, Gesù voleva che quella cena avesse un carattere particolare: è in quella cena che Gesù dà se stesso come agnello immolato, creando così la sua Pasqua. Non dimentichiamoci che gli ebrei celebrarono la cena quando Gesù, già morto, veniva deposto dalla Croce; insomma, al venerdì inoltrato. Gesù, al giovedì, celebra invece la nuova Pasqua, dando compimento alla vecchia, a quella, cioè, ebraica”.

Missa in coena Domini

Ed è in quell’Ultima Cena, continua don Nuccio, che Gesù compie la “fractio panis: il gesto dello spezzare il pane, fatto da Gesù, identifica il cuore dell’Eucaristia. <<Questo è il mio corpo che è dato per voi>>: Gesù, in assoluta libertà, decide di morire. E se morendo in Croce, Gesù muore per tutti, nell’Eucaristia Egli esprime una portata più limitata: non per tutti … ma … ricordiamo le parole del Vangelo? … per molti. E perché? Perché al Sacramento dell’Eucaristia l’uomo prende parte propria liberamente. È richiesta la nostra convinta volontà a partecipare alla salvezza”.

Ora, prosegue il predicatore, “è nell’Ultima Cena che Gesù istituendo l’Eucaristia crea la Chiesa. E con l’Ultima Cena giunge pure la sua ora, il tempo del suo passaggio… Ma prima lava i piedi agli apostoli”.

È a questo punto che … la penna rischia di scappar dalle dita, tanta è la chiarezza espositiva relativa ad un rito del quale eravamo convinti di sapere, e invece non sapevamo nulla…!

Ma, lasciamo che siano le parole del parroco a inchiodarsi nell’anima: “qual è il senso della lavanda dei piedi? Rileggiamo il dialogo tra Gesù e Pietro, precisamente il versetto dieci dell’odierno Vangelo … <<chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti>> … Giovanni afferma che il bagno rende puri e la purezza rimanda al lavacro battesimale. Fatto sta che nella letteratura giovannea è il sangue, quel sangue che sgorga dal costato del Crocifisso, che salva: non è sufficiente l’acqua battesimale, che è un simbolo. E al versetto trentaquattro del capitolo diciannovesimo Giovanni parla di sangue e acqua che sgorgano dal costato del Cristo: l’acqua battesimale rigenera in forza di quel sangue sgorgato dal Cristo sulla Croce”.

Ed essenziale, evidenzia il predicatore, “per entrare nel Regno di Dio è la … lavanda battesimale dei piedi. E l’Evangelista Giovanni, ammettendo ciò, biasima il movimento di Giovanni Battista, che battezzava per immersione totale. Anche Pietro, frequentando il movimento del Battista, considerava il battesimo per immersione totale. È evidente, pertanto, la contrapposizione, netta e chiara, tra l’Evangelista Giovanni e Pietro. Ma, sottolineiamo, il battesimo cristiano non ha nulla a che vedere col battesimo della comunità del Battista: il battesimo cristiano è la lavanda dei piedi, non la purificazione dell’intero corpo. E non dimentichiamoci che per tutto il Vangelo Gesù non battezza mai… Eccetto al Giovedì Santo quando, lavando loro i piedi, battezza gli apostoli. E la comunità giovannea pratica il battesimo solo con la lavanda dei piedi…”

Quindi, don Cannizzaro, apre uno spiraglio sull’affascinante mondo della Patristica: “tanto Policarpo da Smirne quanto Ireneo di Lione, che all’evangelista Giovanni si rifanno, raccontano che al Sabato Santo, sceso agli inferi, Gesù lavò i piedi ai Patriarchi dell’Antico Testamento, li battezzò e spalancò loro le porte del Paradiso. Quindi è Ambrogio di Milano a tentar di mantenere il più a lungo possibile l’interpretazione battesimale del rito della lavanda dei piedi. Agostino d’Ippona, invece, imporrà in tutto l’Occidente latino la lettura della lavanda dei piedi come esempio di umiltà”.

Ma Gesù, rimarca don Nuccio, “non aveva bisogno di dare esempi di umiltà. E la lavanda dei piedi, pertanto, è un Sacramento, non un rito d’umiltà. È un rito commemorativo dei dodici, che vengono associati al destino di Gesù, che verranno uccisi, martirizzati e poi, in Cristo, risusciteranno”.

Conclusa la meditazione omiletica, ha luogo il rito della lavanda dei piedi, vissuto, da quanti han voluto vivere il Giovedì Santo a “San Giorgio della Vittoria”, con cuori nuovi e menti che avevano capito…

La solenne Celebrazione Eucaristica prosegue con serenità, compostezza e con un commento musicale che aiuta giovani a meno giovani a vivere, passo dopo passo, quel che accadde in quella grande sala al piano superiore.

Al termine, come da consuetudine, il Santissimo Sacramento vien portato, processionalmente, all’Altare della Reposizione …. che è l’Altar maggiore, solennemente addobbato!

L’Adorazione Eucaristica comunitaria conclude quegli oltre trecentosessanta minuti che intercorrono tra il momento musicale per Organo, Oboe e Soprano che introduce al solenne Divin Sacrificio e la chiusura, allo scoccare della mezzanotte, del portone della Chiesa.

E mentre i piedi dei fedeli fan ritorno a casa, nelle orecchie comincia a rimbombar il crudele ticchettio del martello su quei chiodi che, conficcandosi nella carne di quel Nazareno, s’avvinghiavano al legno di quella Croce…

                                         Antonio Marino

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