Tà kalà erga

Quegli “atti belli” che illuminano…

Al sedicesimo versetto del quinto capitolo del Vangelo suo, Matteo, riportando quanto detto da Gesù, scrive: “così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”.

Pavel Florenskij, martire russo del Ventesimo secolo, così commenta tal porzioncina evangelica: “le vostre … opere buone … non sono le … opere buone in senso filantropico e moralistico: tà kalà erga – opere buone … in greco, ndr – vuol dire <<atti belli>>, rivelazioni luminose e armoniose della personalità spirituale – soprattutto un volto luminoso, bello, d’una bellezza per cui s’espande all’esterno <<l’intera luce>> dell’uomo, e allora, vinti dall’irresistibilità di questa luce, gli uomini lodano il Padre celeste, la cui immagine sulla terra così sfolgora”.

Ora, noi, al mattino della seconda domenica di Pasqua alla Chiesa di “San Giorgio della Vittoria” nonché Chiesa degli Artisti, di atti belli ne abbiamo vissuti addirittura tre.

E li vogliamo condividere con te, caro lettore!

Il primo, a dire il vero, ci viene, a nostra volta, raccontato da qualcuno che, nello spifferarcelo, aveva gli occhi brillanti come il fuoco nuovo nella madre di tutte le veglie!

“Incominciando l’omelia – ci dice la fonte nostra – il Parroco invita i ministranti a prender posto al primo banco, sostenendo che … all’omelia parlo a tutti, quindi anche ai miei ministranti! Non state dietro, venite avanti, dice loro”.

A primo acchito, a dire il vero, non lo avevamo, tal fatto, catalogato come atto bello evangelico. Poi, però, rivedendo quegli occhi della fonte nostra che sprizzavano felicità, ci siamo ricreduti, comprendendo che … il Parroco ha fatto ciò per consentire anche ai suoi ministranti, primi collaboratori nel servizio all’Altare, di poter eventualmente incrociare quello stesso fuoco oculare che il giovane Nuccio Cannizzaro captò nelle pupille di qualcun altro e che gli creò tanto sconquasso interiore da costringerlo a trasferirsi, con armi e bagagli, appresso al Crocifisso Risorto. Attenzione, però, a non dimenticare che … quel fuoco ardente negli occhi, che abbaglia e suscita nostalgia del buon Dio, lo riscontri solo in colui che, annullando se stesso, fa che la sua stessa vita diventi strumento nelle mani di Dio…

Il secondo atto bello lo percepiamo con le orecchie nostre, a fine Messa. Compiendo una sorta di riepilogo di questi “ultimi quindici intensi giorni” don Nuccio rammenta che “dopo aver ridato lucentezza all’antiporta, rapidamente e validamente restaurata, dopo aver compiuto già piccoli interventi ed esser pronti a ridonar colore e valore al portone” toccherà intervenire per risistemare il “tetto della nostra Chiesa, zeppo di infiltrazioni. Un nuovo inverno, nelle condizioni in cui versa, non potrà, il tetto, sopportarlo… Dobbiamo metter mano alla ristrutturazione… Ma … ci vuole il vostro contributo…”

L’appello del Parroco arriva all’indomani del tempo quaresimale, propizio per far fioretti. Quell’appello, però, viene offerto da don Nuccio non come atto di sofferenza da compiere perché impostoci da qualcuno. La Chiesa, quella fatta di mattoni e cemento e lampadine, appartiene a tutti quei fedeli che, innamorati di Gesù, vogliono lì ritrovarsi per alimentare la loro fede. Ma per potersi lì recare, debbono, loro stessi, contribuire a far sì che quei mattoni e quel cemento e quelle lampadine siano in condizioni efficienti, anzi, diciamo meglio, rispecchino alla perfezione la bellezza del Risorto.

Ora, contribuire – brutta parola … lo sappiamo… – non significa vivere un dramma, sottrarre quei soldini a qualcosa che ci piace per destinarli a qualcosa che … e intanto lo devo fare…

Con la stessa gioia, la stessa convinzione, con cui, ad esempio, apriamo il nostro portamonete per foraggiare tutte quelle situazioni che ci soddisfano, ci appagano, allo stesso tempo c’impegniamo – giusto? – a farlo per la nostra Chiesa, consapevoli di farlo, di compierlo, proprio noi questo atto bello, non solo per Gesù, ma per noi stessi, la nostra fede, la nostra crescita umana, spirituale e culturale. I mattoni e il cemento e le lampadine della Chiesa mica appartengono al Papa o al Vescovo o allo stesso Prete: il Papa, il Vescovo e il Prete cambiano, a noi, invece, resta la nostra Chiesa, nostro punto di riferimento…

Il terzo atto bello lo viviamo all’uscita della Messa, allorquando, assieme a Parroco e Ministranti ci rechiamo in piazza per ammirare l’Infiorata per San Giorgio, la prima!

E qui ci tornano in mente le parole pronunciate dall’allora Cardinal Ratzinger, nelle vesti di Presidente della Commissione speciale preparatoria del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, per motivare la scelta d’introdurre nel Compendio delle immagini: “anche l’immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza”.

Ed eccoci a gustare l’opera, autentico atto bello, intreccio di fiori e sabbia, realizzata dalla giovane artista reggina Elisa Urso con Antonella Nicolò e Caterina Loiero.

Eccoci a scrutar il Cavalier Giorgio che, intrepido, in groppa al cavallo, sconfigge, fidandosi e affidandosi alla potenza di Dio, il diabolico drago. E il drago, debellato, è raffigurato a testa in giù, che quasi precipita nell’abisso…

Insomma, ricca di simboli questa mattinata al Tempio della Vittoria.

E a chi non c’era, ci permettiamo suggerire: se non ci credi … vieni, vedi … e tocca con mano!

                                          Antonio Marino

 

 

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