La figlia di Sion

Secondo mercoledì

Napoli, 20 maggio 1950.

È lì, ed è allora, che nasce Erri De Luca.

Per anni, Erri De Luca è stato, allo stesso tempo, muratore e scrittore, artigiano di novelle e operaio in fabbrica.

Il suo primo romanzo vede la luce alle soglie dei suoi quarant’anni: è del 1989, infatti, “Non ora, non qui”, romanzo d’esordio in cui rievoca gli anni dell’infanzia in terra napoletana.

Anche se, a dire il vero, il connubio con l’editoria sboccia allorquando, qualche tempo prima, traduce, dall’ebraico antico e con buoni apprezzamenti, alcune parti dell’Antico Testamento.

Ma è a partire dal 1989 che Erri De Luca, definitivamente scrittore, ed i suoi libri, tradotti in ben trenta lingue, divengono pezzi di famiglia per svariati uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale.

Quando, momentaneamente, lascia la penna a riposare, Erri De Luca indossa i panni del contestatore, del burbero, di colui, insomma, che ha a cuore la causa degli ultimi, siano esseri umani o territori maltrattati. Tra il 1983 e il 1984, ad esempio, si reca in Tanzania, volontario in un programma riguardante la costruzione del servizio idrico in alcuni villaggi. Negli anni ’90, durante la guerra nei Balcani, è autista di camion di convogli umanitari.

Nel 2006, per le edizioni Feltrinelli, Erri De Luca da alle stampe un libretto intitolato In nome della Madre, e che altro non è se non, scrive l’autore, “la storia di una ragazza, operaia della divinità, narrata da lei stessa”.

In poco meno di ottanta pagine, De Luca cede il passo a Maria, che, con tenerezza e umanità vera e propria, racconta quel suo tempo tutto issato col cemento armato della fede in Dio, che in Lei è abbandono totale in Lui, è vela che si dirige verso la meta grazie soltanto alla spinta di quel vento

Tra poco, noi, in questo nostro secondo mercoledì alla Chiesa degli Artisti, leggeremo alcuni passi tratti dall’Ultima Stanza: ciascuno dei quattro capitoli che compongono il volume Erri De Luca lo denomina stanza.

In fondo, quello che Erri De Luca fa compiere al lettore è un viaggio nelle stanze di Maria/Miriàm: un pellegrinaggio che sfiora delicatamente quei giorni vissuta dalla Madonna, fatti di amore, coraggio, sofferenza. Erri De Luca pone il lettore ad osservar Maria da un punto di vista realistico e umano, non religioso: gli fa scorgere le lacrime, il chiacchiericcio del popolo, l’affidarsi al Signore di Giuseppe, la tribolazione del viaggio verso Betlemme, il concepimento.

Un libretto, insomma, che provoca nel lettore nostalgia della pagina evangelica, per cogliere, ancora una volta e ancor meglio, quella forza dirompente che fece esplodere, nel ventre suo, la Vita Vera; quel fiat voluntas tua che anche noi, con tutti i nostri limiti, le nostre paure, fragilità e dubbi, vorremmo urlare…

Ma intanto, ci permettiamo canticchiare: “or dunque, cara Madre/ su noi gli sguardi posa/ sollecita, amorosa/ siam servi tuoi fedel”.

                                Antonio Marino

IN NOME DELLA MADRE

di Erri De Luca

Ultima stanza

Parlavo e soffiavo, a un colpo più forte, una spallata di Ieshu, mi alzai di nuovo in piedi appoggiandomi alla mangiatoia. Le bestie ruminavano tranquille, c’era pace. Giuseppe aveva scelto un buon posto per noi. “Bel colpo Ieshu, un altro così e sei fuori, ecco ti aiuto, spingiamo insieme, le mani sono pronte a raccoglierti, via?” Via, è uscita la spalla, l’ho toccata, poi è rientrata, ma subito dopo di slancio Ieshu ha messo fuori la testa, l’ho avuta tra le mani, mi sono commossa, mi è scappato un singhiozzo e sul singhiozzo è venuto fuori tutto e l’ho afferrato al volo. L’ho alzato per i piedi per liberare i polmoni e fare spazio al primo vento che forza l’ingresso chiuso del respiro. Ieshu ha inghiottito aria senza piangere.

Faccio mosse esperte senza conoscerle. Il mio corpo fa da solo, esegue. Non l’ho istruito io. Adoro la creatura perfetta che mi è nata, posso allentare il nervo attorcigliato del sospetto: è maschio, è la certezza, non più una profezia. È maschio, primogenito in terra di Iosef e Miriàm, carne da circoncidere, oggi a otto. È maschio, l’ho fatto io, sgusciato sano in mezzo all’acqua e al sangue, il corpo esulta insieme a quello di ogni donna che mette al mondo l’altro sesso, perché è un regalo per noi.

Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L’ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L’ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. “Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio”. Ho messo l’orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l’ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l’ho attaccato al seno.

Il bue ha muggito piano, l’asina ha sbatacchiato forte le orecchie. È stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Ieshu, figlio mio. Non ho chiamato Iosef. Gli avevo promesso un figlio all’alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Ieshu è solamente mio. È solamente mio: voglio cantare una canzone con queste tre parole e basta. Stanotte qui a Bet Lèhem è solamente mio. Succhiava e respirava, la mia sostanza e l’aria: “Non potrai avere niente di più bello di questo bimbo mio. Il respiro di una notte di kislev scarsa di luna te l’offre la tua terra d’Israele, il succo di madre-pianta lo spremi tu da me. Questo è il meglio che potremo darti, la tua terra e io”.

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