La Supplica … la memoria purificata … il Canone Romano

L’otto maggio alla Chiesa degli Artisti

A mezzogiorno, in un Tempio della Vittoria gremito, pur essendo giornata lavorativa, il parroco don Nuccio Cannizzaro guida la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei.

Al termine, prima d’impartire la solenne Benedizione e dopo aver cantato, in latino, la Salve Regina, don Nuccio esorta i suoi parrocchiani a notare che “solo qualche istante fa abbiamo pregato Maria invocandola come … Regina delle vittorie… E noi, che viviamo il nostro cammino di fede abitando la Chiesa di San Giorgio della Vittoria siamo particolarmente propensi, dunque, a … modificar così il titolo della nostra Chiesa: Chiesa di San Giorgio … di Maria…!!”

E dopo aver richiamato il dato storico – “ricordate la battaglia di Lepanto, svoltasi durante la guerra di Cipro, nel 1571? Ebbene, la vittoria trionfale dell’esercito cristiano contro i musulmani avvenne per intercessione della Madonna, alla quale, l’anno successivo, nel 1572, Papa Pio V attribuì il titolo di Santa Maria della Vittoria, trasformato poi da Papa Gregorio XIII in Madonna del Rosario” – don Cannizzarro chiosa: “dobbiamo, anzi, vogliamo che in questa nostra Parrocchia vivace, sentito, sia il culto mariano. A Gesù ci si arriva attraverso Maria. Tant’è che desideriamo ristrutturare tutte le cappelle presenti in questa nostra Chiesa, tra cui quella dedicata alla Madonna del Rosario: restaureremo anche l’antico quadro. Riscopriamo nella nostra vita il culto dei Santi, il desiderio d’essere, proprio come loro, a immagine e somiglianza del Signore. Ma soprattutto, riappropriamoci di Maria: a Lei, la Corredentrice, rivolgiamoci sempre, poiché, diceva il Papa Benedetto XVI, <<ogni volta che sperimentiamo la nostra fragilità e la suggestione del male, possiamo rivolgerci a Lei, e il nostro cuore riceve luce e conforto”.

Alle diciotto, la Celebrazione Eucaristica, ovvero, per usar le parole di don Cannizzaro, “uno squarcio di luce, di eternità, in questo tempo che passa…”

Nella meditazione omiletica don Nuccio, riallacciandosi al Vangelo del giorno, e a quel passaggio della pagina giovannea nella quale Gesù promette che “chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”, don Nuccio, dicevamo, s’interroga: “cosa significa che … risusciteremo nell’ultimo giorno?”

Ci sono, puntualizza il parroco, “due tipi di Risurrezione alle quali anche noi saremo chiamati. La prima Risurrezione avverrà al momento della nostra morte, che ci introdurrà ad una nuova possibilità di esistenza. Diventerete come gli angeli … ci dice il Signore. Solo che gli angeli non hanno una storia: le anime dei nostri cari defunti, invece, hanno una storia, una memoria. E quella storia, quella memoria, nessuno la cancellerà, la porteranno con se dinanzi a Dio. Sono, i nostri defunti, angeli con una storia ed una memoria: nell’eternità, se già ci sono, portano i loro ricordi, e quei ricordi sono, in sostanza, i volti delle persone che hanno amato… Una mamma, può mai dimenticare i propri figli? Penserà sempre a loro anche dinanzi a Dio! Certo, quella memoria va purificata… Ma … come?”

E qui don Nuccio offre una chiara, concreta, comprensibile lettura, di quel “luogo teologico che chiamiamo Purgatorio. Il Purgatorio è il luogo della purificazione della memoria. Per vedere Dio dobbiamo esser santi, essere senza peccato. Ma se noi abbiamo la memoria di quel che è stato, il ricordo del peccato lo portiamo con noi. E finché abbiamo memoria del peccato non siamo idonei a vedere Dio. Bisogna, pertanto, cancellare la memoria del peccato, affinché lo spirito non abbia in alcun modo neanche soltanto il ricordo del peccato. Il Purgatorio, pertanto, luogo della purificazione, è un luogo bello, di speranza, è il … sabato del villaggio … è l’attesa di vedere Dio”.

E richiamando la prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, esortando a “saper testimoniare la Pasqua di Cristo senza aver alcuna paura d’essere uccisi”, don Nuccio introduce il secondo tipo di Risurrezione: “alla fine dei tempi, quando anche i nostri corpi saranno richiamati in vita, saranno come il corpo glorificato di Gesù e, a differenza degli angeli, i nostri corpi glorificati avranno una memoria e una forma. E quella forma è proprio quel corpo nostro glorificato. E ci incontreremo, e ci riconosceremo, nella gioiosa gloria di Dio”.

Alle diciannove, ultimo appuntamento di questo intenso otto maggio a “San Giorgio della Vittoria”, è la volta della catechesi del mercoledì.

Purtroppo, di questo inestimabile dono che settimanalmente don Nuccio elargisce a quanti decidono d’investir bene un’ora della loro giornata, non ci è possibile raccontar tutto… Per viverla davvero, alla catechesi del mercoledì ci devi essere!

Tuttavia, su due degli argomenti trattati da don Cannizzaro vogliamo qualcosina scrivere…!

Utilizzando un antico Messale, in lingua latina, don Nuccio spiega, sillaba dopo sillaba, gesto dopo gesto, la “Preghiera Eucaristica Romana, la prima, introdotta nel IV secolo e in uso esclusivo, per consacrare il pane e il vino, fino al Concilio Ecumenico Vaticano II. Col Concilio venne riscoperta la Preghiera Eucaristica II, che è la più antica, e ne sono state introdotte delle altre”.

Ora, sottolinea don Nuccio, “nella versione latina, la Preghiera Eucaristica Romana o Canone Romano, che per la prima volta viene citata da Ambrogio di Milano, inizia con l’espressione <<te igitur>> che significa <<a te dunque>> Padre Clementissimo…  Nella traduzione italiana, quel <<a te dunque>> non lo troviamo più… Perché? Nella Chiesa Antica il Prefazio era un tutt’uno con la Preghiera Eucaristica: prima vi era il Prefazio, ovvero, la lode a Dio; quindi il canto del Santo; poi la Preghiera Eucaristica … per questa lode, Padre Clementissimo, ti chiediamo…. Oggi, invece, con l’introduzione di alcuni Prefazi che danno il tema della festa, gli stessi Prefazi risultano staccati dalla Preghiera Eucaristica e quindi quel <<te igitur>>, segno di continuità, è sparito…”

Il Canone Romano, evidenzia poi don Cannizzaro, “risente del contesto storico, sociale, all’interno del quale è stato scritto. Per certi versi … segue la struttura della società romana”. Tant’è che, ad esempio, riscontriamo quel “ti supplichiamo … non ti preghiamo … ma supplichiamo, così come si faceva con l’imperatore…”

Soffermandosi, poi, sullo “scambio di pace” don Nuccio puntualizza: “è il saluto che, al mattino di Pasqua, Gesù rivolge ai suoi apostoli: Pace a voi! È il celebrante a donare a ciascun fedele la Pace del Signore. I fedeli, allo scambio del segno di pace, non debbono, tra di loro, dir nulla. L’espressione … la pace sia con te … tocca dirla soltanto al celebrante, a chi presiede l’Eucaristia: gli altri si … trasmetteranno … gli uni agli altri … quella pace ricevuta dal sacerdote … senza dire nulla. Tant’è che il celebrante sottolinea: scambiatevi un segno di pace. Soltanto il gesto va compiuto, nessuna parola va pronunciata”.

Insomma, arricchente, formativa, familiare è ogni giornata vissuta all’ombra del campanile di San Giorgio della Vittoria!

Pertanto … provare per crederci!!!

                                       Antonio Marino

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