Puntata quarta

 

M° Francesco Aliberti

Le lancette dell’orologio segnalano che è appena scoccata la diciannovesima ora del tredici maggio, lunedì in questo nostro duemiladiciannove.

Puntuale ci raggiunge, dal portone del Conservatorio reggino “Francesco Cilea”, scendendo sorridente la breve scalinata, il Maestro Francesco Aliberti.

Lo abbiamo conosciuto a sera del sei di maggio, a “San Giorgio della Vittoria”, a conclusione dell’omaggio “Alla Regina del Rosario” che, intrecciando esecuzioni musicali e misteri del Santo Rosario, lo stesso Aliberti ha fortemente voluto, ideato, realizzato assieme alla Classe di Esercitazione Corale del Conservatorio cittadino.

Otto giorni dopo ci si ritrova per sorseggiare l’oramai famoso caffè con l’artista!

È Mons. Demetrio Moscato a dare il là alla chiacchierata: indimenticato predecessore di don Nuccio Cannizzaro nella parrocchia di “San Giorgio della Vittoria” è, tutt’oggi, amato e ricordato dai salernitani, che lo ebbero Arcivescovo tra il 1945 e il 1968. Il Maestro Francesco Aliberti, nel 1983, nasce proprio a Salerno: “Mons. Moscato lascia ai salernitani ricordi indelebili. Lo conferma mio padre, che ricorda tanto l’uomo quanto la sua efficace azione pastorale”.

Approfittiamo, prima d’arrivare al tavolino che sorreggerà le tazzine col caffè, per fare quattro passi, con un occhio al Cielo e l’altro al mare dello Stretto. Richiamiamo subito l’auspicio che don Cannizzaro affidò agli artisti sul finire della sua meditazione omiletica ai funerali di Giacomo Battaglia: “una nuova primavera di speranza per la Città? Beh – esclama Aliberti – la civiltà nasce proprio qui. Abbiamo tutto, in questo lembo di Terra, e non lo sappiamo… Con questo mare e con questo Cielo potremmo e dovremmo essere luogo d’incanto e d’attrazione, turistica e culturale, per rilassare e fare crescere…”

Il maestro Aliberti, il primo a sinistra, nella Sala Nicolò Paganini del Teatro Carlo Felice, alla conferenza stampa del 14 maggio

 

Presi dalla chiacchierata, allunghiamo l’iniziale breve tragitto che legava il Conservatorio al bar: “mia nonna – racconta, col sorriso che sa di tenerezza e di consapevolezza – aveva un carillon con la Madonna di Lourdes. Amavo ascoltare quella melodia. E poi, io, devotissimo alla Madonna del Carmine, a tre, quattro anni già mi … <<esercitavo>>, con l’aiuto di nonna, che costringevo a giocar con me, a … dirigere la banda alla processione! E papà subito s’è accorto di quella mia spiccata sensibilità musicale…”

La Cina, la Germania, la Polonia, tanto per citar alcune delle Terre che hanno accolto l’Uomo e il Maestro Aliberti: “la Musica m’ha aiutato a superare problemi relazionali”. Oggi, Francesco Aliberti – pianista, clavicembalista, direttore di coro, è docente di esercitazioni corali al Conservatorio della nostra Città, e Maestro del Coro presso il Teatro Carlo Felice di Genova. E proprio nel capoluogo ligure e nel suo Teatro, dal 24 al 30 maggio prossimi, sarà Maestro del Coro nel nuovo allestimento, in coproduzione tra la Fondazione Teatro Carlo Felice e Fondazione Maggio Musicale Fiorentino, de “Cavalleria rusticana / Pagliacci”. E alla conferenza stampa, per presentare, in quel di Genova, il quattordici maggio, l’evento, il Maestro Aliberti così esordisce: “sin da ragazzo sono stato sempre indeciso sulla mia destinazione professionale: non sapevo se fare filosofia o continuare a fare il musicista. Perseguo in parallelo entrambe le direzioni…”

E difatti, in poco più di un centinaio di minuti trascorsi assieme, la sensazione da noi provata è quella d’essere ora nell’Areopago ateniese, ora sui più suggestivi palcoscenici del globo terrestre. La chiacchierata spazia da Spinoza a Sant’Anselmo, passando per i “quartieri disagiati di Napoli, dove ci sono andato travestito da Scarpia, il personaggio della Tosca. Volevo avvicinare bambini e ragazzi alla Musica. Se ci fossi andato con manuali e teorie, non m’avrebbero seguito, lanciandomi addosso la qualunque. Ci sono andato coi panni di Scarpia, facendogli sperimentare l’umanità e la fragilità del personaggio, il fascina dell’Opera, l’utilità e la maestosità della Musica”.

Parlando dei suoi alunni, Aliberti puntualizza: “il mio compito non è quello di convincere. Io devo sbloccare ciascuno di loro. Starà ad ognuno, poi, individuare la propria strada. Io, però, trovo e indico in Dio l’ orizzonte di senso dell’esistenza umana”.

Rievoca, con gioia e onore e soddisfazione, l’evento vissuto alla Chiesa degli Artisti, “grazie alla disponibilità, all’accoglienza e alla lungimiranza di don Nuccio Cannizzaro”. Insiste per una “maggiore integrazione tra il Conservatorio, la Città e la vita stessa di docenti ed allievi. È dovere di ogni musicista entrare in relazione: con l’altro e con la realtà che lo circonda”.

Ed in Francesco Aliberti si percepisce il fascino che provoca la “teoretica delle relazioni: noi siamo … eteronomi, siamo quello che viviamo. Il nostro <<io>> è frutto dell’esperienza che facciamo, rispetto agli altri e alle cose che ci circondano”.

Cita, quindi, “il grande filosofo Vincenzo Vitiello: lasciamo al pensiero di vivere la propria esperienza. E dunque, scelgo la filosofia che sono…”

Ma è facendo un cronologico passo indietro che ci dona ulteriori accattivanti affreschi dell’intreccio armonico, nella vita sua, tra fede e ragione: “ieri sera – domenica 12 maggio, ndr – sono arrivato a Reggio in tempo per andare a Messa. Anzi, in anticipo: stavano recitando il Santo Rosario: amo molto questa preghiera. Nella preghiera, ma anche nella Musica, devi starci dentro, non puoi viverle distraendoti, pensando o facendo altro. Devi totalmente concentrarti là… Anche perché … se si sta profondamente nelle cose non si sbaglia, non si commettono errori”.

Ed il Santo Rosario, continua, “è, per dirla con Giovanni Paolo II, sfogliare l’album di famiglia stando in braccio a Maria. È uno stare dentro la storia della Salvezza. E recitando il Santo Rosario peso ognuna delle parole che recito, che ripeto: è nella ripetizione che entro, in profondità, nel Mistero del Dio fattosi Uomo, morto in Croce, Risorto al terzo giorno… E a proposito di Risurrezione: la nostra vita è una Pasqua, ogni giorno. Il nostro cammino esistenziale è lotta, è conquista, è risurrezione: in ogni nostro attimo accade tutto ciò, viviamo tutto ciò. E la musica è uno stare sempre sull’attimo. Musica che, a starci attenti, deriva dalla preghiera, da quell’atteggiamento orante della ripetizione. Noi costruiamo sulla ripetizione, senza però mai ripeterci in maniera monotona. Ricordiamo Hegel ed il fatto che il pensiero che torna su se stesso non è mai uguale a se stesso…”

Le lancette dell’orologio stanno per raggiungere la ventunesima ora del tredici maggio: è tempo di salutare il Maestro. Prima, però, gli ricordiamo l’emozione vissuta nel vederlo dirigere alla Chiesa degli Artisti. Francesco Aliberti ci lascia un’immagine davvero efficace: “sembrava che stessi impastando la pizza…” E gli occhi del cuor nostro tornano a quando s’era piccini e a quei sabati sera caratterizzati dalla mamma che sul tavolo della cucina stava a preparar la pizza: e quelle mani sue che dirigevano la pasta, che alle dita s’avvinghiava e dalle dita si lasciava plasmare…

Siamo già distanti: il Maestro è quasi rientrato nella dimora reggina sua.

Noi, facendo ancora quattro passi, ci rendiamo conto che tanti altri ancora erano i punti da trattare: ad esempio, il saggio “Friedrich Nietzsche. Una vita con la musica”, pubblicato nel 2007 con l’editrice Ripostes di Salerno e che gli è valso il premio Anassilaos Giovani 2008. Oppure le diverse composizioni musicali pubblicate, oppure anche…

Beh … forse … ci potrà pur essere un secondo artistico caffè col Maestro Francesco Aliberti, magari ricominciando da una sua ferma convinzione: “l’arte ci fa essere uomini”.

                                    Antonio Marino   

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