La figlia di Sion

Quarto mercoledì

Di lui, Papa Giovanni Paolo I, nella seconda delle uniche quattro Udienze Generali donategli dal buon Dio, ebbe a dire: “qui, a Roma, c’è stato un poeta, Trilussa, il quale ha cercato anche lui di parlare della fede”.

Il 7 luglio 1935, sul Corriere dei Piccoli, parlando di se, Trilussa confidava: “fin da bambino, per un istinto profondo e invincibile, ho avuto una fede assoluta in una Provvidenza che regna sugli uomini, in una Bontà e Saggezza supreme che governano il mondo: in Dio. Mi piace soprattutto dirlo ai ragazzi, perché in questo argomento la mia fede è rimasta assoluta, intatta e semplice, come quando ero ragazzo. E mi ha sempre confortato e aiutato nella vita”.

Padre Domenico Mondrone, gesuita facente parte del Collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica, riflettendo sull’intreccio tra arte e fede e vita in Trilussa, scrisse: “sulla fede appresa dalle labbra materne e praticata forse con fervore nel Collegio di San Giuseppe, a Piazza di Spagna, sarà caduta molta polvere, mai però la ventata della miscredenza. Forse il rispetto umano, forse la consapevolezza del contrasto tra la purezza della fede e le fragilità della vita, gli avranno consigliato di non professarla a bandiera spiegata ma non di disfarsene interamente. In Trilussa la fede è la guida della vita”.

E Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salustri, secondogenito di due figlioli, nasce a Roma, in via del Babuino, il 26 ottobre 1871, da Vincenzo, cameriere, e da Carlotta Poldi, sarta.

Nonostante un’infanzia fatta di restrizioni e povertà, il 30 ottobre 1887 esordì con un componimento poetico, “L’invenzione della stampa”, che Alfredo Zanazzo gli pubblicò sulla rivista Rugantino.

Collaborò poi con riviste quali Don Chisciotte, Capitan Fracassa, Il Travaso delle idee e quotidiani come Il Messaggero. È del 1889, invece, la sua prima raccolta poetica, “Le stelle de Roma” intitolata.

Scorrendo, una dopo l’altra, le poesie e le favole di Trilussa cogliamo sagace capacità di mettere alla berlina la piccola borghesia dell’epoca, nonché l’ironia, pungente e profonda, nei confronti del decadimento della classe e dell’azione politica dell’epoca…

Noi, in questo quarto e penultimo mercoledì di maggio alla Chiesa degli Artisti, fra poco riassaporeremo “Pensanno a la Madonna”, scritta all’incirca nel 1941: è l’esortazione, tenera e commovente, che la mamma – alla quale era particolarmente legato, gli rivolge.

Lo spinge, mamma sua, a rifugiarsi in Maria: lui, non solo lo fa da bimbetto; se ne ricorda, e lo rifà, anche da vecchio…

È un sonetto che giunge a noi in maniera incompleta: i puntini fra le due strofe stanno proprio a indicare l’assenza di quella relativa al tempo della gioventù… È, tuttavia, segno di una profonda religiosità che attraversa tutto l’arco esistenziale suo, caratterizzato, tra l’altro, da opere quali “Dialogo sulla fede”, “La Guida” e “Natale de guerra”, capaci d’esprimere in versi romaneschi la preziosità della fede in Dio nella vita.

Morirà a Roma, il 21 dicembre 1950. Soltanto venti giorni prima era stato nominato dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo letterario e artistico”, Senatore a vita.

                                Antonio Marino

 

 

PENSANNO A LA MADONNA

di Trilussa

Quann’ero ragazzino, mamma mia me diceva:

“Ricordate, fijolo, quanno te senti veramente solo

tu prova a recità ‘n’Ave Maria.

L’anima tua da sola spicca er volo

e se solleva come pe’ maggìa”.

… …. …

Ormai so’ vecchio, er tempo m’è volato,

da un pezzo s’è addormita la vecchietta,

ma quer consijo nun l’ho mai scordato.

Come me sento veramente solo

io prego la Madonna benedetta

e l’anima da sola pija er volo.

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