Porro unum est necessarium

“Siccome vi voglio bene e desidero che non soffriate il caldo, ed anzi desidero che ciascuno di voi sia messo nelle condizioni migliori per vivere appieno la Celebrazione Eucaristica … domenica prossima, 28 di luglio, alle ore 20, vivremo la Santa Messa nel chiostro … all’aperto…!”

È con questo annuncio che don Nuccio Cannizzaro, parroco di “San Giorgio della Vittoria” nonché Chiesa degli Artisti, dà inizio al Divin Sacrificio a sera del 21 luglio, sedicesima Domenica del Tempo Ordinario.

Alla meditazione omiletica il parroco attacca sottolineando che “il tema che attraversa tutte le letture è l’ospitalità”.

Esorta, poi, i tanti che gremiscono il Tempio della Vittoria a guardare “l’icona che abbiamo posto ai piedi dell’Altare. È un’opera di Andrej Rublev e l’originale è custodita presso la Galleria statale di Tret’jakov a Mosca”.

Individua, quindi, nella distinzione tra “accoglienza, parola tanto diffusa e molto usata, e ospitalità, della quale nessuno ne parla mai” il cuore di “questa nostra chiacchierata che, se lo vorrete, potrete poi approfondire anche attraverso un libro! Nella Bibbia si parla sempre di accoglienza e se ne parla sempre al singolare: ecco, tal tema è possibile rintracciarlo e adeguatamente approfondirlo in <<Racconti di un pellegrino russo>>, un poema russo scritto a metà del 1800”.

Ora, argomenta il predicatore, “l’accoglienza è sempre connessa all’accogliere un bisognoso, una famiglia, un gruppo, chi, insomma, ha bisogno di te e, pertanto, si trova in una situazione di inferiorità rispetto a te, poiché da te dipende e sei tu a dare a lui qualcosa… L’ospitalità, invece, non è di massa, è caratterizzata dall’ospitare una persona che è superiore a te, che ospiti in casa tua, che da te non ha bisogno di nulla, che ha un’alta dignità, talvolta superiore alla tua…”

A questo punto, seguendo il filo teologico-letterario del parroco, i fedeli si … ritrovano … in quel di Betania: “nel mondo ebraico non c’era un discepolato femminile. Gesù rompe questa antica tradizione, scegliendo discepoli e discepole: Marta e Maria erano sue discepole… E Maria, come il Vangelo ci narra, era seduta presso i piedi del Signore: è questa un’espressione tecnica che sta ad indicare il discepolato. Lo stare ai piedi del Maestro! Marta, invece, presa dal fare, pensava che l’accoglienza fosse più importante dell’ascolto…”

Altro salto, sempre seguendo la scia omiletica, e, in un batter d’occhio, giovani e meno giovani si ritrovano nel bel mezzo della “scena alquanto misteriosa offertaci dal Libro della Genesi, nella prima lettura: Abramo, seduto sotto le Querce di Mamre, vede arrivare, a distanza, tre persone. Le vede … corre incontro gettandosi ai piedi loro… Però, si rivolge loro al singolare, come se fossero una sola persona… Ecco entrare in campo l’icona cui prima facevano riferimento. È una scena fondamentale! Il Concilio di Nicea concesse la rappresentazione artistica di Dio, fino a quel momento vietata. E chi meglio di quest’icona la rappresenta? L’icona ci presenta tre angeli, in apparenza simili, seduti attorno a un tavolo. Sullo sfondo è la casa di Abramo e un albero di querce che si trova dietro ai tre ospiti. Gli angeli, ciascuno con addosso un indumento diverso, sono mostrati da sinistra a destra nell’ordine in cui professiamo la nostra fede nel Credo: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il primo angelo è Dio: indossa un abito blu che simboleggia la divina natura di Dio e un vestiario viola, che indica la regalità di Dio. Al centro, il Figlio, indossa abito a due colori, rosso e blu, che indicano la natura tanto umana quanto divina del Signore. Il terzo angelo è lo Spirito Santo, indossa un abito color verde, stante ad indicare la sua natura e la sua missione di rinnovamento. Il Figlio, poi, guarda la tavola, sulla quale troviamo i simboli dell’Eucaristia. Notiamo che il tavolo ha quattro lati: tre sono occupati, il quarto … è … nostro! È il posto che ognuno di noi, se lo vuole, può occupare… E ancora: Figlio e Spirito Santo hanno il volto rivolto verso il Padre: è segno di amore circolare, del Padre verso il Figlio e lo Spirito Santo, e viceversa. Eccoci ai piedi, dunque della Santissima Trinità: anche Abramo si trovò ai suoi piedi … anche Abramo vide tre persone ma … ne adorò una soltanto…”

E la “virtù dell’ospitalità”, rimarca don Nuccio, “consiste nell’accogliere la persona stessa di Gesù. E su questa Terra tutti noi siamo ospiti, di passaggio, tutti forestieri siamo! E stasera, in questa nostra Chiesa, è come se fossimo a Betania, da Marta e Maria, e Gesù è l’ospite che ci sta parlando…. Non comportiamoci, pertanto, come Marta: quante volte ci agitiamo per cose urgenti che fanno emergere tante superficialità della vita, che poi svaniscono… E invece: porro unum est necessarium! Una sola cosa è necessaria!” 

E guardando negli occhi i suoi parrocchiani don Nuccio chiede: “e … nella tua vita … cosa è necessario? Qual è quell’unica cosa necessaria? Mettersi all’ascolto della Parola di Dio! Sei una mamma … lavi, stiri, cucini, lavori? Tutto ciò non serve a nulla se non ti metti in ascolto del Signore! Puoi essere una brava mamma … ma senza l’ascolto autentico della Parola del Signore … sarai incompleta…!”

A Gesù, e qui don Cannizzaro tocca, da buon padre, le corde sensibili di ogni figlio suo nella Fede, “avrebbe fatto piacere che Marta lo ascoltasse. Marta, invece, voleva fare bella figura. Cercava se stessa, cercava l’applauso. Aspettava la fine del pranzo e la chiosa di Gesù … brava Marta, hai cucinato bene! Gesù, però, era entrato per nutrire Marta, non per lasciarsi da lei nutrire… Eccoci dinanzi alla tentazione del dare il primato alle opere, al fare… Unica opera che dobbiamo, ciascuno di noi, compiere è … ascoltare il Signore, quindi scavare nella Fede nostra. Siamo chiamati ad approfondire la nostra conoscenza delle cose sante. La Chiesa deve dare alla gente questo dono prezioso… Oggi tutti parleranno di accoglienza: chi però rifletterà sulla teologia dell’ospitalità?”

Abramo, sottolinea il predicatore, “accoglie Dio. Ed ospitare è … creare uno spazio per l’altro. È dare tempo all’altro. È concedergli del tempo. Se ospito Dio gli concedo il mio tempo … e questo fatto … questo concedergli del tempo … come si chiama? Si chiama preghiera! Chi prega ospita Dio nella sua anima…”

E la conclusione è una chiara, concreta esortazione a cambiare il nostro modo di intendere la Fede e la vita: “Abramo ha ospitato Dio, prostrandosi ai suoi piedi. Marta ha ospitato il Signore, lasciandosi però sopraffare dalla superflua azione… Impariamo ad ospitare Dio nella nostra vita, sedendoci ai suoi piedi, ascoltandolo autenticamente… Diveniamo, insomma, maestri nell’arte della preghiera…!”

La Celebrazione Eucaristica termina quando è oramai buio sulla Reggio  nata alla Fede con la predicazione dell’Apostolo Paolo, che, ad un certo punto della sua vita, esclamò … “non vivo più io, ma Cristo vive in me”…

Chissà se anche noi, un giorno, fraternamente strattonati dalle prediche di don Nuccio, riusciremo ad anteporre una maiuscola D al nostro mastodontico e ingombrante IO…

                                    Antonio Marino

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2 commenti su “Porro unum est necessarium”

  1. Complimenti è descritta perfettamente l’omelia fatta da Don Nuccio….. Mi sembra leggendo di riascoltare la sua voce…. Il suo modo di parlare dove c’è sentimento, c’è enfasi e talvolta ironia… Usa tutto ciò che nella comunicazione può servire ad arrivare al cuore del fratello, del figlio, che che ha davanti…

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