L’essenziale…

“Potete bere il calice che io sto per bere?”

È dalla domanda che Gesù rivolge ai figli di Zebedèo, Giovanni e Giacomo, quasi in risposta alla richiesta formulata dalla loro mamma di vederli seduti “uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno” che don Nuccio Cannizzaro sviluppa una meditazione omiletica che offre a coloro che han potuto vivere la Celebrazione Eucaristica a sera del 25 di luglio, Festa di San Giacomo il Maggiore, l’opportunità di cogliere il senso e la necessità dell’esser famiglia.

“Non racconterò – esordisce il predicatore – la vita dell’Apostolo Giacomo il Maggiore, che si differenzia da Giacomo il Minore. Ricordiamo però che quest’ultimo fu il primo vescovo di Gerusalemme. Il Maggiore, invece, che oggi festeggiamo, assieme al fratello Giovanni, entrambi discepoli di Gesù, non aveva ben compreso che quel calice cui faceva riferimento il Signore non era segno di banchetto e cibo in allegria, indicava la morte, il martirio, suo e di coloro che avrebbero vissuto i suoi insegnamenti…”

Tant’è, evidenzia don Cannizzaro, “che il corpo di San Giacomo, corpo di uomo morto per martirio, è custodito in Spagna, a Compostela, nella nota Cattedrale di Santiago – Giacomo in spagnolo – de Compostela. Attorno alla figura di questo Apostolo nascono tradizioni e leggende, fatto sta che la presenza delle sue spoglie mortali e l’edificazione di una imponente ed artistica cattedrale … fatta talmente bene da poterla considerare come <<teologia scolpita su pietra>> … hanno stimolato lo sviluppo dei pellegrinaggi… Così come han suscitato desiderio d’esserci, d’andarci personalmente, di stare in orante raccoglimento sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo le Basiliche romane di San Pietro e San Paolo Fuori le Mura che, assieme a quella di Compostela, costituiscono i luoghi sacri europei in cui riposano i corpi di alcuni Apostoli”.

Ora, sottolinea don Nuccio, “il pellegrino non è un vagabondo! Il pellegrino è un uomo di fede che, messosi in cammino, narra il Vangelo con la propria vita, con la propria essenzialità… Il Cammino di Santiago de Compostela, fatto secondo le giuste indicazioni, dà, a chi lo compie, la possibilità di cogliere i tratti e gli elementi essenziali utili alla vita, senza cose superflue. I simboli del pellegrino di Santiago quali sono? Anzitutto la conchiglia, strettamente legata al cammino, che simboleggia la nostra fede. Poi, il bastone, il nostro appoggiarci a quella Speranza che mai delude. Quindi il cappello, il nostro rifugiarci nell’abbraccio del Padre… E la conchiglia solitamente viene collocata sullo zaino del pellegrino: al suo interno solo poca roba trova posto. Solo l’essenziale, il necessario, ciò ch’è davvero utile alla nostra vita…”

Inoltre, rimarca il parroco, “il cammino è movimento, è fatica: se sarà solo, il pellegrino, si stancherà ben presto. Se compirà il percorso in gruppo, allora la fatica sarà condivisa, la stanchezza si farà sentir meno. Proprio come in famiglia, dove si condividono le gioie ed anche le croci. Anzi, in famiglia, la croce la si porta tutti assieme, ognuno, papà, mamma, figli, ci mettono una spalla, e … il legno e la sua drammatica pesantezza … si sopportano con maggior coraggio, con rinnovata Speranza…”

E ricordando che “nella vita, almeno una volta, a Gerusalemme, a Roma e a Santiago de Compostela bisogna andare”, don Nuccio conclude augurando a ciascuno “di sperimentare la gioia dello stare in famiglia, dell’affrontare i sorrisi e le pene della vita avendo accanto una famiglia, stando gomito a gomito con uomini e donne disposti a metter la propria spalla tanto in occasione di pesi goliardici quanto in caso di pesi dolorosi…”

E poi, ci permettiamo aggiunger noi, esser famiglia … con mamma papà e fratelli o parrocchial famiglia … significa avere a che fare con quella cosa tanto bella detta tenerezza…

Non a caso, un giorno, Alda Merini, la poetessa dei Navigli, sbottò: “abbiamo fame di tenerezza, in un mondo dove tutto abbonda…”

                                Antonio Marino

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