Puntata nona

È sordo, ritmato e per nulla fastidioso: è quell’accarezzamento, ci piace così chiamarlo, che il pallone compie toccando e fuggendo dal parquet del campo di basket…

È con questa atletica sinfonia che iniziamo a sorseggiare, in una antipaticamente assolata mattinata di fine luglio, il nostro nono caffè con l’artista all’ombra del campanile del Cavalier San Giorgio…

Ospite nostro è Piero Gaeta, anima di Gazzetta del Sud, e non ce ne vogliano quanti han consumato e quanti tutt’oggi consumano litri d’inchiostro per confezionare quel giornale, Gazzetta del Sud appunto, che Enzo Biagi considerava “un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò – chiosava Biagi nel suo primo editoriale da direttore del bolognese Il Resto del Carlino – nelle vostre case acqua inquinata”. Non s’offendano, dunque, i colleghi di Piero, ma … oramai … Gazzetta del Sud s’identifica con la penna di Gaeta, e viceversa!

Nei pezzi di Piero Gaeta cogli limpidamente quel ch’è accaduto, quel che sta accadendo mentre tu stai leggendo e il giornale è bello e stampato, e giri pagina avendo chiara idea degli sviluppi, di quel che accadrà e di chi lo farà vivificare…

Talvolta, anche senza far nomi, anche evitando di menzionar palazzi o specifici uffici, Piero Gaeta pennella magagne e birbanterie dei pezzi grossi di Città, informandoti senza però mai urlare sguaiato: il suo tocco giornalistico è leggero, tenero come un tramonto assaporato dalle spiagge della Ionica e incisivo come un’alba assaggiata dagli altopiani aspromontani…

E poi … le sue interviste: piccoli marchingegni che fan dire tutto, ma proprio tutto, all’intervistato di turno, senza seviziarlo o costringerlo. Così, con delicatezza…

E le sue interviste sono pietre miliari nel giornalismo calabro e italico, poiché non è cosa da tutti farsi raccontare non solo il raccontabile, ma anche ciò che dovrebbe rimanere tra le righe e che invece Piero Gaeta riesce puntualmente a tirar fuori, esplicitandolo poi con finali che pizzicano ora Gianni Brera, ora Leo Longanesi…

“L’essere giornalista … non l’ho scelto io! – attacca Piero – È stata una scelta naturale… Finito il terzo liceo classico, nel 1985, essendo io grande appassionato del basket e della nostra Viola, che ho sempre seguito e seguo, ed essendo quello il tempo dell’esplosione del <<fenomeno Viola>> ed essendo, a quel tempo, i giornalini e le riviste del settore alla ricerca di collaboratori che potessero raccontar la Viola e le sue gesta con passione e, mi permetto aggiungere, con competenza, mi ritrovai a scriver di basket e di Viola. Quindi, dopo un certo periodo, ecco arrivare la chiamata di Gazzetta del Sud, dove cominciai scrivendo sempre di sport accanto a Giuse Barrile. Raccontai basket e tanti altri sport, minori e non, seguendo anche, un anno, il ritiro pre-campionato della Reggina. Nel 1995, infine, il passaggio alla cronaca… E pertanto, anche se proseguii gli studi universitari in Giurisprudenza, capii che ragione d’impegno mia era il giornalismo…”

C’intrufoliamo nel racconto di Piero Gaeta, desiderosi di soddisfare una curiosità, facendoci aiutare addirittura da Eugenio Scalfari, fondatore de La Repubblica, che ebbe a dire: “il giornalismo non è un mestiere che consenta un tempo libero autonomo rispetto alla professione. Richiede una vocazione. Se quella vocazione non c’è, è inutile provarci”. Pertanto, chiediamo noi, com’è strutturata la giornata-tipo del giornalista Piero Gaeta?

“Anzitutto – esordisce Piero – un immenso grazie debbo rivolgerlo alla mia famiglia … che mi sopporta, sopportando le mie assenze! E poi … a comandare è la notizia! La giornata non inizia e non finisce: ecco perché condivido il concetto di Scalfari. Ti alzi al mattino con la curiosità di scoprire cosa è successo in quel lasso di tempo che hai dedicato al riposo e a sera, quando pensi d’aver fatto tutto, d’aver chiuso il giornale, ecco arrivare la notizia che mette tutto a soqquadro… E si ricomincia, si disfa il lavoro compiuto e si comincia a tessere una nuova pagina…”

Amanti delle citazioni, ne tiriamo, dal piccolo taccuino nostro, un’altra, proveniente da Barbiana e da quel suo Priore, don Lorenzo Milani: “e qual è mai il giornale che scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario, cioè informare, e non invece per quello di influenzare in una direzione?” Provocazione o realtà?

“Evoluzione – aggiunge Gaeta – Anche i quotidiani sono … figli di questi nostri tempi… Ieri il lettore non era, attimo dopo attimo, assillato e assalito da una miriade di news, istantanee e dirette: il giornale, quindi, poteva concedersi il lusso di raccontare la vita, di strada e di potere… Oggi, invece, vien quasi naturale offrire una direzione, un suggerimento: non può limitarsi a scrivere di cose che la gente conosce fin da quando stavano per accadere…”

La redazione reggina di Gazzetta del Sud sta in Via Diana, a pochi passi dal Tempio della Vittoria nonché Chiesa degli Artisti, talmente vicina da poter godere, standoci dentro, con un orecchio la melodia delle campane di San Giorgio e con l’altro, per dirla con Andrea Camilleri, “u scrusciu du mari” dello Stretto nostro! Sorge quasi spontaneo l’interrogativo: c’azzeccano Croce e macchina da scrivere?

“Nel 1998 – puntualizza Piero Gaeta – Nino Calarco, mio primo direttore, mi disse: ricordati che dietro ogni notizia ci sta una persona, dietro ogni persona ci sta una famiglia. La carta stampata, concluse, può far molti danni e provocare tanto dolore. Ecco … ciascuno di noi è chiamato a fare i conti con se stesso, specialmente nel mondo del giornalismo, ambito dove siamo chiamati a scrivere della e sulla vita degli altri. E se la nostra fede appartiene a quel sacrario personale, la salvaguardia dell’altrui dignità è obbligo morale e intellettuale…”

Il tempo galoppa inesorabile, tanto d’apparir simile a quel Fausto Coppi che proprio settant’anni orsono, dopo aver trionfato, solo qualche settimana prima, al Giro d’Italia, faceva suo anche il Tour de France. Primo ciclistico campione italiano a conquistare nello stesso anno la maglia rosa italica e la transalpina gialla!

E poiché quel caffè con l’artista l’abbiamo oramai finito di sorseggiare, è momento di salutarci.

Un ultima domandina, però: ai funerali di Giacomo Battaglia – e la chiacchierata con Piero Gaeta avviene nella mattinata del 25 luglio, giorno in cui la Chiesa Cattolica festeggia San Giacomo il Maggiore, l’Apostolo, giorno, però, in cui, per la prima volta in questo nostro 2019, Giacomo Battaglia festeggia il suo onomastico sul palcoscenico del Paradiso… – a quei funerali, all’omelia, don Nuccio Cannizzaro, parroco di  “San Giorgio della Vittoria” e padre spirituale degli artisti reggini, auspicava per Reggio una “nuova primavera della speranza” che potrà fiorire solo “con l’impegno e l’entusiasmo degli artisti”. Pertanto, chiediamo a Piero, di cosa ha davvero bisogno la nostra Città per ricominciare a fiorire come il mandorlo a primavera?

 “Volersi più bene! – è immediata la risposta di Gaeta – Reggio come città deve volersi più bene… I reggini, tra di loro, devono volersi più bene… Viviamo in una terra dalla litigiosità innata e piuttosto ch’essere un popolo unito siamo una città fatta di piccoli quartieri-stato, dove ognuno lotta per screditare l’altro… E così facendo, vinti dall’egoismo e dall’invidia, rimarremo sempre impelagati tra la neve e il gelo dell’inverno. E la nostra primavera non avrà la forza di sbocciare…”

Termina così la nostra chiacchierata: le tazzine, con quel che resta dei caffè, tornano sul lavello per essere sciacquate e per rifar capolino al prossimo appuntamento e dal piccolo taccuino nostro emerge l’ultima citazione, di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. “In ciascuno dei tuoi istanti è contenuto, come in un nocciolo, il seme di tutta l’eternità”. Di certo, attimo dopo attimo, parola dopo parola, Piero Gaeta strizza ogni sua più fresca energia per donare al lettore l’occasione di riflettere, di capire e dunque d’entusiasmarsi per questo nostro lembo di Terra, baciato dal Mediterraneo e abbracciato dall’Aspromonte, che, anche grazie all’agire suo, di Piero, continua, nonostante tutto, a sperare nell’eternità…!

Buona vita caro Piero!

                                     Antonio Marino

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