La partecipazione al mistero liturgico

L’insegnamento dell’Istruzione Redemptionis Sacramentum

di Antonio Concetto Cannizzaro

 

Introduzione

Il 23 aprile 2004 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina Dei Sacramenti, ha diramato l’Istruzione “Redemptionis Sacramentum” circa alcune cose che si devono osservare o evitare nella celebrazione dell’Eucaristia. Un paragrafo di tale documento è riservato alla partecipazione dei fedeli laici alla celebrazione dell’Eucaristia. Anche questo documento, al pari dei tanti che l’hanno preceduto (1), insiste sulla partecipazione attiva e piena dei fedeli laici alla celebrazione eucaristica. Perché “la partecipazione dei fedeli laici alla celebrazione dell’Eucaristia e degli altri riti della Chiesa non può essere ridotta ad una mera presenza, per di più passiva,ma va ritenuta un vero esercizio della fede e della dignità battesimale”(2).
Il valore sacrificale e conviviale dell’Eucaristia sono a parere del documento tra i principali criteri per una piena partecipazione di tutti i fedeli al sacramento dell’Eucaristia (3). Più avanti, il documento della Congregazione ricordando l’interesse della Chiesa a promuovere ed evidenziare la partecipazione dei fedeli, identifica in alcuni elementi introdotti dalla riforma liturgica la strada adeguata per una partecipazione attiva alla liturgia, essi sono: le acclamazioni del popolo,le risposte, la Salmo dia, le an tifone, i canti, le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo, il sacro silenzio.

Inoltre l’ampio spazio concesso all’adattamento per quel che riguarda la scelta dei canti, delle melodie, delle orazioni, delle letture bibliche, dell’omelia, della preghiera dei fedeli, nelle monizioni ecc. tutto questo secondo il documento è stato voluto per favorire la partecipazione interiore alla liturgia (4).
Inoltre, il documento identifica nella celebrazione delle Ore, nell’uso dei sacramentali e negli esercizi della pietà popolare gli ulteriori elementi utili per suscitare, alimentare e promuovere il senso interiore della partecipazione liturgica (5).
La riforma liturgica voluta dal Vat. II° ha sempre tenuto presente che uno degli scopi fondamentali della stessa era quello di promuovere la partecipazione piena, attiva e consapevole dei fedeli alla liturgia. A quarant’anni dalla Sacrosantum Concilium, qual è lo stato della liturgia e in particolare la partecipazione dei fedeli laici si è accresciuta? A queste domande è doveroso cercare di dare una risposta. Partiamo da un dato di fatto molto evidente.

 

Una liturgia incomprensibile?

La constatazione di una certa incomprensione e quindi di non partecipazione dei cristiani alla liturgia, non è nuova. Da questa idea ha mosso i suoi passi il Movimento Liturgico fin dal suo sorgere, dal Gueranger al Beauduin, dal Vagaggini al Marsili e via,via fino ai nostri giorni. La constatazione che la partecipazione dei cristiani alla liturgia è inadeguata, che esiste una distanza abissale tra il mistero celebrato e la sua comprensione liturgico-simbolica, ha spinto numerosi studiosi e pastori a chiedersi il perché di tale situazione e di cercarne i rimedi.

Le difficoltà per una partecipazione attiva, piena e consapevole alla liturgia, così come il Concilio auspica derivano secondo alcuni dalla natura del linguaggio liturgico, dalla sua distanza dal nostro, dai termini teologici che sono oramai lontani dalla nostra cultura.
Ci chiediamo, se la liturgia deve essere comprensibile, che cosa vi è mai da comprendere nella liturgia? A questa domanda così risponde il De Clerck: “La liturgia non è anzitutto un oggetto da comprendere intellettualmente, una cosa da afferrare per analizzarla o per smontarla, ma piuttosto una sorgente, ricca di significati. La prima cosa da fare non consiste nell’analizzarla, ma nel lasciarla parlare e ascoltarla, con simpatia. Come si fa con le opere d’arte: l’essenziale non è sezionarle e discuterne, ma comprenderle, ascoltarle, lasciar nascere in sè l’emozione”(6).

 

Una creatività non compresa

Taluni hanno creduto che la partecipazione dei fedeli alla liturgia si potesse favorire incentivando la creatività, applicandola sia ai riti che alle preghiere. Giovanni Paolo II° nell’enciclica sull’Eucaristia così si pronuncia sul rischio di una creatività superficiale: “Occorre purtroppo lamentare che, soprattutto a partire dagli anni della riforma liturgica post-conciliare, per un malinteso senso di creatività e di adattamento, non sono mancati abusi, che sono stati motivo di sofferenza per molti”(7).

La creatività liturgica non correttamente compresa è stata invocata dagli operatori pastorali, chierici e laici, come criterio per rinnovare le liturgie, rivisitare i testi eucologici e le strutture celebrative. Abbiamo assistito al moltiplicarsi di riti e usi che con la liturgia non hanno nulla in comune. Alla difficoltà di comprendere l’universo simbolico proprio della liturgia, si è risposto inventando o sostituendo i simboli tradizionali con creazioni quanto meno artefatte e senza alcun legame con la sana tradizione liturgica tramandata.

La difficoltà di comprendere il simbolismo liturgico non è stata vista come stimolo per approfondirne il linguaggio ma piuttosto come via di sfogo per sperimentare ogni sorta di nuova creazione liturgica. I più non hanno capito (e tra questi numerosi pastori), che l’apparente incomprensione della liturgia non dipende prima di tutto dai testi o dai simboli utilizzati. L’incomprensione deriva invece dalla perdita dell’universo simbolico che la cultura occidentale ha patito proprio a partire del post-concilio. E’ del tutto inutile quindi affannarsi a ricercare nuove soluzioni, nuovi riti o preghiere senza prima aver aperto l’universo simbolico alla comprensione dei cristiani. Deve in altri termini accadere quello che è capitato ai discepoli di Emmaus. Dopo che Gesù aprì la loro mente e il loro cuore alla comprensione delle Scritture e dopo aver celebrato (simbolo) il rito della frazione del pane compresero tutto il messaggio del risorto e fecero ritorno a Gerusalemme per annunciare agli Apostoli la loro esperienza. (Lc.24,13-35)

 

Funzionalismo partecipativo

Altri credono che partecipazione liturgica sia sinonimo di assistere in prima fila e in poltrona all’evento celebrato. Avere tutto sott’occhio, quasi in una sintesi visiva-uditiva completa. In risposta a questa esigenza in tante delle nostre chiese si è provveduto a comporre lo spazio liturgico perfettamente rispondente a tale assioma partecipativo. Si è posto il fonte battesimale sul presbiterio, perché durante il battesimo tutti devono vedere, si sono costruiti amboni nani, privi di ogni elementare metonimia, altari funzionali e mobili per le celebrazioni, come se l’altare facesse parte del mobilio della chiesa, con il solo criterio di evidenziare la mensa, (ricordo a proposito l’ideologia delle due mense che ha fatto molta fortuna nelle nostre comunità più evolute). (Sic!)

Se diamo un veloce sguardo alla storia della liturgia, possiamo comprendere in che modo la chiesa antica ha concepito la partecipazione dei fedeli alle Celebrazioni. Faccio l’esempio del battesimo nella veglia pasquale come ci viene trasmesso dalla Tradizione Apostolica di Ippolito (8).
Questa fonte ci ricorda che il rito prescriveva che i neofiti fossero condotti nel battistero e qui, alla presenza del presbitero venivano battezzati. Una volta usciti dal fonte e rivestiti con la tunica
bianca,ricevevano la Cresima dal vescovo. Il resto della comunità rimaneva nella basilica e nell’attesa che il rito battesimale si concludesse pregava per i nuovi battezzati. Concluso il battesimo, i neofiti rivestiti delle vesti bianche, con il cero in mano, si recavano processionalmente in basilica, accompagnati dal vescovo, dai presbiteri e qui partecipavano per la prima volta alla sinassi.(9).
Ora applicando a questo rito l’idea di partecipazione oggi condivisa comunemente, dovremmo concludere dicendo che i cristiani che stavano nella basilica durante la veglia pasquale, non avevano partecipato per nulla al battesimo dei neofiti. Erano in un altro luogo, non vedevano e non sentivano
nulla di ciò che accadeva nel battistero quindi si potrebbe dire che erano impediti addirittura dal partecipare. Il rito battesimale dava così l’impressione di venire celebrato in un contesto estremamente privato, con l’esclusione della comunità che rimaneva estranea e lontana dalla celebrazione. Ma la concezione di partecipazione che aveva la Chiesa antica, non era come la nostra. Vediamo perché.

 

Il lessico

Partecipazione è un termine che ricorre continuamente nella liturgia odierna. Derivato dal tardo latino “participatio =partem capere”: prendere parte, sinonimo di adesione, intervento. Il termine oggi è estremamente logorato nel linguaggio comune sia in quello civile che economico o sportivo. Il nostro tempo è segnato dall’ideologia della partecipazione a tutti i livelli. Partecipare nella nostra cultura moderna vuol dire: prendere parte, intervenire, essere partecipe, condividere con gli altri, comunicare, rendere noto, distribuire, dispensare, ecc.(10).
In liturgia il termine partecipazione si trova già nella preghiera “Supplices” del Canone Romano che si ispira a 1 Cor.10,16-18 la partecipazione qui è intesa con la comunione eucaristica al corpo e sangue del Signore. Anche 1 Cor.6,17, “unirsi nel Signore e diventare così una sola esistenza pneumatica con Lui” significa entrare in perfetta comunione di amore e di esistenza con l’offerta sacrificale di Cristo che nel rito della messa viene ripresentato, in modo che il sacrificio di Cristo e quello del cristiano diventino una cosa sola (11).
Anche gli antichi sacramentari quando parlano di partecipazione spesso si riferiscono alla comunione dei santi misteri e in particolare dell’Eucaristia. Non è la partecipazione in quanto tale ad interessare, ma l’oggetto verso cui l’azione liturgica si dirige e cioè verso il “sacramentum”, il “mysterium”(12).

 

Il fondamento teologico della partecipazione

Seguendo la metodologia delle fonti, giungiamo così a comprendere che la partecipazione alla liturgia non può e non deve mai essere disgiunta dal suo oggetto, perché altrimenti perderebbe la sua caratteristica fondamentale che la contraddistingue rispetto a tutti gli altri significati linguistici che il termine partecipazione riveste negli ambiti extra liturgici. Così la partecipazione, nell’ambito liturgico, comporta un triplice aspetto: l’azione del partecipare, il “qualcosa cui si partecipa”, i partecipanti.

L’azione del partecipare implica e postula atteggiamenti esterni e attitudini interiori finalizzati verso l’oggetto, la meta, ossia il sacramentum-mysterium dinamicamente celebrato e spiritualmente vissuto. Il “qualcosa” a cui si partecipa nella liturgia è sempre il mistero celebrato dentro un “memoriale” che si attua in un rito. Partecipare qui significa trascendere il significato semantico- ritualistico ed entrare, farsi afferrare dal cuore dell’azione liturgica, dal mistero. Le persone che partecipano sono i fedeli che devono avere la capacità di entrare nell’azione liturgica e possedere gli strumenti culturali e spirituali per afferrare il senso profondo del rito e celebrarlo perfettamente nella vita(13). Parafrasando la 1 Cor.6,15-17, il Ratzinger afferma che il vertice della spiritualità cristiana lo si raggiunge quando il cristiano si unisce al Signore e forma con lui un solo spirito.”

E’ qui autorevolmente formulato il contenuto più profondo della spiritualità cristiana della comunione e nello stesso tempo è proposto il cuore della mistica cristiana: non si fonda su tecniche umane di ascesi o di svuotamento, che possono avere certamente la loro utilità; essa si fonda sul “mysterion”, cioè sulla discesa e sull’autodonazione di Dio, che noi riceviamo nel sacramento….Ricevere l’Eucaristia secondo questo testo significa: fusione delle esistenze, profonda analogia spirituale con ciò che avviene nell’unione di un uomo e di una donna sul piano fisico-psicologico-spirituale”(14).

La partecipazione all’azione liturgica coinvolge quindi tutto l’essere dell’uomo, mente, cuore, affetti, desideri, mentre la fede costantemente lo fa orientare all’oggetto della celebrazione, la speranza lo proietta già a vivere quello che la carità di Dio misericordioso gli donerà come atto supremo di offerta e dono di sé, cioè la sua stessa vita. La finalità della partecipazione viene raggiunta non solo nel momento celebrativo ma in tutta la vita dei fedeli che hanno congiunto la propria vita a Gesù Cristo sommo ed eterno sacerdote.

Tuttavia vi è una gradualità stabilita proprio dalla celebrazione stessa, un conto è la partecipazione al sacrificio eucaristico, altro è la partecipazione alla Liturgia delle Ore, altro ancora è la partecipazione al rosario. Il celebrare è permettere l’epifania del divino nella nostra storia, e presuppone l’accoglienza attiva e la disponibilità totale all’intervento di Dio nella nostra vita. Senza questa disposizione interiore, la celebrazione non può dirsi fruttuosa e la partecipazione al rito diviene sterile esercizio di cerimonialismo oramai sorpassato. “Con la partecipazione i fedeli esercitano, nella celebrazione, il loro sacerdozio, sviluppando ulteriormente la fondamentale incorporazione in Cristo: unità in Cristo che comporta per il fedele la possibilità di partecipare con e in Cristo all’essere sacerdotale di lui. Di conseguenza la partecipazione alla celebrazione (specie quella eucaristica), è “fonte e culmine” della vita cristiana, che così diventa una vita di culto in spirito e verità in cui si perpetua il duplice e più profondo frutto della “partecipazione all’azione liturgica”: una vita di santificazione e di culto” (15). Una vita d’amore.

 

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(1) S.C. n°26,I.G.M.R. n°91

(2) Redemptionis Sacramentum. n°37

(3) R.S. n°38

(4) R.S. n°39

(5) R.S. n°41

(6) P. De Clerck, L’intelligenza della liturgia, Editrice Vaticana,1999,21.

(7) Giovanni Paolo II°, Ecclesia De Eucaristia, Editrice Vaticana,2003,n°52.

(8) Ippolito, La Tradizione apostolica, Edizioni Paoline,1972,n°20-21. A. Nocent, Battesimo, in: Dizionario di Liturgia, (a cura di D. Sartore, A. M. Triacca, C. Cibien,) San Paolo,2001,190-191.

(9) T. Klauser, La liturgia nella chiesa occidentale. Sintesi storica e riflessioni. LDC,1971,23-24.  M. Metzger, Storia della liturgia: Le grandi tappe, San Paolo,1996,41-44.

(10) E. De Felice, A. Duro, Vocabolario Italiano, Sei-Palumbo,1994.

(11) J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Palo, 2001, 167-170.

(12) A. M. Triacca, Partecipazione, in: Dizionario di liturgia, op.c.1428.

(13) O. Casel, Il mistero del culto cristiano,Borla,1966,193-206.

(14) J. Ratzinger, La comunione nella Chiesa, San Paolo,2004,104-105.

(15) A. M. Triacca, Partecipazione, op.c.1440.

 

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