Puntata sedicesima

Di certo, il maestro Andrea Francesco Calabrese, che con noi ha sorseggiato l’artistico sedicesimo caffè, non s’arrabbierà nello scoprire come abbiamo pensato d’iniziare questo nostro racconto

Incominciamo, dunque, confidandoti, lettore caro, l’istantanea ch’è balenata in testa nostra nell’uscir dal Conservatorio “Francesco Cilea”, proprio mentre scendevamo quegli scalini che ancorano la musicale istituzione al suolo reggino…

È il tempo del crepuscolo ad aver fatto capolino in testa nostra: quei lunghi attimi in cui, restando incantato su una mattonella del nostro Lungomare, ammiri il Cielo tingersi di rosso, ascolti le onde dello Stretto cullare i pensieri tuoi, annusi l’intenso profumo di una Terra, la nostra Calabra Terra, che si batte, mai dona, per un riscatto che tarda a venire, forse perché proprio quel battersi convinto proprio non è…

E lungo quei lunghi attimi, a noi capita così, il cuor si apre alla speranza, alla fiducia, all’entusiasmo del sacrificio, ad un domani da costruire ora, adesso!

Ecco, questa sensazione, all’animo nostro, ha armonicamente sussurrato Andrea Francesco Calabrese…

Lo ha fatto ricevendoci nella mattinata del sette di novembre, giovedì; ricevendoci proprio al Conservatorio; aprendoci luminose e ricche autostrade che han percorso in lungo e in largo il suo personale e professionale retrobottega…!

 

 

“Comincio ad avere a che fare con la musica all’età di cinque anni – attacca il maestro Calabrese – I miei genitori, innamorati della musica, vedendomi interessato, facilitarono questa … attrazione … questa chiamata che avvertivo.

Per capirci, a quell’epoca, forse fui uno dei primi ad aver un impianto stereo, in casa, tutto per me! Iniziai, quindi, gli studi al Conservatorio, diplomandomi dapprima in Pianoforte, poi in Composizione: questo secondo diploma nacque allorquando capii che quel desiderio di far cose mie, da me create, era … cosa seria da perseguire!

E a ventuno anni, appena diplomatomi in Pianoforte, e con gli studi ancora da concludere in Composizione, ebbi già la prima supplenza: iniziavo così ad insegnare…”

Conclusi, tra le mura del reggino Conservatorio, gli studi, Andrea Francesco Calabrese vive diversi corsi di perfezionamento, tante masterclass, fuori Città: “più volte, facendo riferimento alle mie origini, mi sono sentito dire che … tra Calabria e Sicilia sono nati i più grandi talenti in campo musicale: tuttavia, a voi manca l’organizzazione, il perfezionamento. Dovreste crederci di più! Per far quell’agognato salto di qualità dovreste saper meglio sfruttare il talento, che avete, ed anche alquanto prezioso…

Insomma, dobbiamo riscoprire quel che, per me, fin da giovanissimo, ha costituito una sorta di imprinting: il sacrificio! Ai miei tempi, ho raggiunto risultati buoni senza aver avuto mai nulla a portata di mano, come invece accade spesso oggi alle nuove generazioni…”

 

 

E poi, puntualizza il maestro Calabrese, “il musicista deve possedere una consapevolezza culturale. Uno dei miei docenti aveva addirittura competenze in pittura, nel campo delle arti figurative.

Il musicista ha due caratteristiche da custodire: l’umiltà e un’apertura culturale a trecentosessanta gradi. Senza scordar mai che … vivere un concerto, scrivere un brano, insegnare ai ragazzi … provoca lo stesso identico arricchimento. In me è così!

La musica va condivisa, il musicista è … quel tramite che sta comunicando qualcosa di bello.

L’artista, il musicista nella fattispecie nostra, è un autentico tramite, non può esser considerato, o ambire a farsi considerare, solo dal mero punto di vista esteriore. Poco interesseranno al musicista gli applausi, i complimenti e i prosceni: sarà invece sempre consapevole che la musica ti eleva verso un qualcosa che non sappiamo cos’è, che le nude parole non possono spiegare…”

Timidamente, quasi sottovoce, c’intrufoliamo nel dietro le quinte del maestro Andrea; lo facciamo collegandoci a quel suo passaggio relativo al “mio interesse per la letteratura, che va di pari passi con la musica: anzi, musica e letteratura contengono messaggi strettamente connessi”.

Gli chiediamo di suggerire, ad un suo giovane allievo, un titolo letterario: “Il lupo della steppa di Hermann Hesse … Doctor Faustus di Thomas Mann … oppure Marcel Proust e quella sua raffinata narrazione degli effetti della musica sull’amore nascente… Mi rendo conto che non son testi semplici: sono volumi che scandagliano l’intimo umano, offrendo così l’opportunità di cogliere quel legame essenziale, necessario, tra musica e scrittura, tra armonia e parole, tra strade di terra e pentagrammi zeppi di note e chiavi di violino”.

 

 

Seppur oramai rapiti dall’incedere narrativo di Andrea Francesco Calabrese, azzardiamo proporgli di … salire fin su all’ultimo piano dello stabile che custodisce il Conservatorio…

Lì, in cima, richiamiamo quella nuova primavera di speranza per la nostra Reggio che don Nuccio Cannizzaro, parroco di “San Giorgio della Vittoria” nonché cappellano degli artisti reggini, auspicò al cuor della meditazione omiletica durante i funerali di Giacomo Battaglia. Una primavera, sostenne don Nuccio, che sboccerà solo con l’impegno degli artisti.

Ora, dal punto più alto del Conservatorio, Andrea Francesco Calabrese come vede la nostra Città? Cosa vorrebbe che mutasse, migliorasse?

“Dobbiamo ripristinare il coraggio di crederci! Dobbiamo smetterla di guardare solo al nostro orticello, sentenziando che per tutto il resto … qualcun altro ci penserà… Dobbiamo cambiare punto di vista! Mi piace il … salire in alto a guardare! Questo movimento mi eleva ben oltre le piccineríe… Ci lamentiamo dell’operato dei politici: noi svolgiamo, fino in fondo, il nostro compito nell’ambito nostro?

Fedor Dostoevskij sosteneva che la bellezza salverà il mondo: tal bellezza va, tuttavia, inculcata, specialmente ai giovani…

Spesso sorgono problemi, anche a livello cittadino, anche relativamente ai rapporti con le istituzioni, poiché c’è spesso una cattiva comunicazione: d’altronde, se una cosa non è stata comunicata bene è come se non fosse mai esistita.

Il Conservatorio, talvolta, viene visto come … ente autoreferenziale: eppure forte è il nostro desiderio di collaborare col Teatro Cilea e con le Istituzioni pubbliche. Basta sfogliare l’elenco degli eventi promossi negli ultimi tempi dal Conservatorio: tanti e di gran pregio culturale…”

Dal rapporto con le Istituzioni ai bisogni dei giovani musicisti il salto è breve: “i ragazzi hanno bisogno di suonare, di fare delle esperienze. Inoltre, i nostri ragazzi devono fare un salto di qualità … mentale … piuttosto che pratico! Arrivati ad un certo punto devono decidersi sul … cosa … desiderano far da grandi!

Non basta esser bravo qui, poiché qui racimolo un po’ d’applausi… Devo confrontarmi con altri musicisti in nuovi spazi e stimolanti contesti…

E qua, però, vien fuori il … discorso economico: ai miei tempi non si poneva il problema del compenso… C’era l’opportunità di tenere un concerto? Presenti! Oggi, senza voler assolutamente criticar qualcuno, talvolta si mette avanti il … cachet… Ma il danaro non può divenir la discriminante…

Vuoi essere musicista? Devi saper investire nelle cose, assumerti dei rischi. Rischi di suonare per una volta gratis? E se fra quel pubblico ci sarà uno che, sentendoti suonare, ti aprirà poi nuovi scenari? E poi, indipendentemente dal compenso: suonare è gratificante in ogni contesto.

 

 

Mi è capitato di far concerto dinanzi a 4 o 5 persone, così come ho vissuto un’intensa emozione in Venezuela, dinanzi a mille persone, mille uomini e donne afflitte dalla guerra civile in atto a quel tempo in Venezuela, povere in canna, che scelsero di godere di buona musica.

Ecco, in entrambe le occasioni, pochi o tantissimi spettatori, ho sempre suonato allo stesso modo…”

Sempre in punta di piedi, ancora una volta affacciandoci all’interno del retrobottega di Andrea Calabrese, rammentiamo, a noi stessi, il venticinquennale della “Lettera agli artisti”, promulgata da San Giovanni Paolo II nell’aprile 1994, e in particolare quel doppio legame nato dall’intuizione pontificia: la Chiesa ha bisogno degli artisti, gli artisti han bisogno della Chiesa… “v’è indubbiamente un filo d’argento che lega musica e spiritualità. Lungo le diverse epoche la musica s’è fatta metafisica, teologia…

Tuttavia, richiamando i contenuti di una recente intervista rilasciata dal maestro Riccardo Muti, mi permetto dire: nelle nostre parrocchie, causa il Concilio Ecumenico Vaticano II, è crollato il livello culturale musicale… Auspico che dei preti illuminati aprano strade nuove per far si che nelle parrocchie ricompaia il Maestro di Cappella, retribuito, competente! È urgente ricalibrare la situazione: quanti organi che restano … inconclusi … nelle nostre Chiese, e quante Celebrazioni animate con chitarre e tamburi e persone urlanti sol perché, si dice, si vuol coinvolgere i giovani…

E se la Chiesa deve risistemare tale situazione, gli artisti devono dimostrare che ci sono! Il popolo non conosce la storia, ignora quel bagaglio musicale che dovrebbe esser conosciuto a menadito, invece…

 

 

Abbiamo straordinari modelli musicali cui attenerci: i Corali di Bach si imparano in tre secondi, e la genialità del compositore sta che quel Corale lo puoi implementare con coro, strumenti… Abbiamo una infinità di canti polifonici bellissimi… Ripristiniamo dei bei canti … azzarderei dire … normali!”

Anelanti nel voler scoprire ogni dettaglio del cammino esistenziale di Andrea Francesco Calabrese, ci lasciamo vincere dalla fatidica domanda: come si sviluppa la giornata tipo del maestro Calabrese? “Inizia al mattino presto, termina tardissimo, a notte inoltrata. E se da un lato propongo di far santo colui che ha inventato il pianoforte digitale, consentendomi di suonare anche in orario e posti impensati, debbo pur dire che occupo ogni spazio che si viene a creare lungo la giornata per studiare.

Dobbiamo studiare, incessantemente… A rovinarci è il … tanto sono bravo…! Vado invece avanti, progredisco, inanello successi, se studio, approfondisco. Mi considero un ricercatore, uno studioso: il mio principale divertimento è proprio lo studio.

Lo studio ci mette in contatto con la parte migliore di noi stessi, facendoci scoprire possibilità nostre sconosciute proprio a noi stessi…

Sono trent’anni che insegno: non mi sono mai cullato sul sapere acquisito, ogni anno vado alla ricerca di nuovi stimoli, nuove sfide…! Insomma, vorrei sapere tutto di tutte le cose!”

Fatto sta, però, che Andrea Francesco Calabrese gioca “a calcio, settimanalmente, con i miei allievi. Tifo anzitutto Reggina, è questione di sangue, è cosa viscerale. E poiché il tifo è irrazionale, a cinque anni vidi e mi innamorai della maglia nerazzurra dell’Inter…”

E se, in un frangente della sua quotidianità, per scacciare un momento di tensione, di crisi, di nervosismo, pigiasse sull’icona di YouTube, quale brano di musica leggera cercherebbe? “Ho due, forse tre, punti unici di riferimento nella musica leggera: Franco Battiato e la sua <<La cura>>, Paolo Conte e la sua <<Via con me>>, e magari Fabrizio De Andrè. Ma Battiato e Conte li considero classici! Battiato, poi, si interessa di spiritualità orientale, argomento che attrae anche me: l’India, il Tibet e quel canto difonico dei monaci tibetani…”

Cita, poi, Calabrese, il capolavoro cinematografico “L’attimo fuggente, per indicare il mio modello d’insegnante: finché l’insegnante ha voglia d’apprendere sarà un buon insegnante. Quando cesserà d’apprendere, limitandosi a comunicare soltanto il sapere già acquisito, non sarà più un buon insegnante.

È essenziale essere creativi, far qualcosa che prima non c’era, evitando di appiattirsi sulla strada già battuta e conosciutissima.

Io, che odio le persone che cercano scorciatoie, ho sempre cercato strade nuove, impervie, scoscese, ma sconosciute a tutti, fino a quel momento anche a me…”

E il bravo allievo che caratteristiche ha? “È disinteressato! Dove … disinteressato … va inteso come … assenza di tornaconto. L’allievo disinteressato è colui che studia per il piacere di scoprire, conoscere, sapere, non perché, come farebbe l’interessato, deve togliersi quella data materia…

Ed ai ragazzi raccomando sempre due cosette. Non prendersi mai troppo sul serio e dedicare, ogni giorno, cinque o anche dieci minuti a far qualcosa di disinteressato: leggere un libro esclusivamente per un tuo arricchimento interiore, far qualcosa, insomma, che non serva al tuo utilitarismo. Ed in un’epoca, questa, nostra, dove qualsiasi cosa è fatta per un tornaconto, più volte ho sperimentato che nei momenti più difficili qualcosa è sempre arrivato: evitiamo quindi d’affannarci a far cose che non ci gratificano…”

L’ultimo pensiero, Andrea Francesco Calabrese, lo dedica … alla … morte:

“essendo io sempre intento a comporre, a studiare, a comunicare, immagino la morte, nella sua tenuta tipica, col teschio e la falce, venire a bussare alle spalle mie … ed io … a risponderle di … ripassar domani, perché oggi proprio non posso… A furia di farla andare avanti e dietro, magari si stuferà, si scorderà di me…

Ecco, questa allegoria per lasciarci con un impegno: la vita è un’opportunità da sfruttare, in pieno! Se si studia, si sa, si potrà davvero essere dei piccoli e unici capolavori!”

Quando, chiuso il taccuino, riposta nel taschino la penna verde, scorgiamo il display del telefonino, carico di inevasi messaggi, scopriamo che siamo andati ben oltre il tempo prefissato…

Segno che … quando l’interlocutore ti fa star bene … ci resteresti in ascolto per intere giornate…!

Grazie di tutto maestro Andrea Francesco Calabrese!

E buona vita!

                                    Antonio Marino 

 

Ultima pubblicazione letteraria del M° Calabrese

 

 

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