Incontriamoci il mercoledì – 11

Cent’anni fa, il ventiduesimo giorno del ventesimo anno del ‘900, in quel di Trento, schiudeva gli occhi alla vita un tenero femminil frugoletto: Silvia Lubich.

Ventitré anni dopo, attratta dalla scelta radicale di Dio di Chiara d’Assisi, ne prende il nome nel Terz’Ordine Francescano. Il sette di dicembre dello stesso anno si dona per sempre a Dio con voto di castità, dando vita al movimento dei Focolari.

E stasera, centesimo suo compleanno, proprio a Chiara Lubich abbiam chiesto di farci da battistrada sui vicoli della consueta, pungolante e trasformante, catechesi del mercoledì di don Nuccio Cannizzaro.

Ed è con queste parole che Chiara Lubich ci suggerisce di far nostro il messaggio scolpito nei nostri animi dal catecheta: “il saper ricominciare sarà l’atto più intelligente, più costruttivo che possiamo compiere. Esso è il segreto del vero progresso spirituale”.

Il parroco del Tempio della Vittoria, nonché Chiesa degli Artisti, a sera del ventiduesimo giorno del ventesimo anno del Ventunesimo secolo però, attacca l’undicesimo incontro catechetico sottolineando che “il nostro rapporto con Dio deve partire, proprio come scrive Matta el Meskin, il padre del deserto che ci sta accompagnando in questa nostra scuola di preghiera, da un cuore umile, da uno spirito totalmente contrito. Solo così può diventare un rapporto autentico, conforme alla realtà di quel che siamo noi”.

L’incontro, “lo spirito contrito” titolato, pone al centro il desiderio, che deve riguardare ciascuno di noi, di “rompere la superbia, combattere i miei vizi, far verità nella mia vita” per giunger così alla “umiltà del cuore”.

Tant’è che don Cannizzaro, quasi sussurrando, suggerisce: “non diciamoci uomini umili se poi interiormente lasciamo che siano l’orgoglio e la superbia a guidarci”.

Poiché, e cita testualmente Matta el Meskin, “lo spirito contrito deriva dalla convinzione di avere irritato Dio”.

E ancora: “i nostri peccati, i nostri errori e i nostri pensieri sono svelati e nudi davanti a Dio. Chi dunque, può prendersi gioco di Dio?”

Fermo restando che “lo spirito contrito non lo si ottiene in un giorno e non lo si impara sui libri. È necessaria una vita di relazione profonda con Dio. Questa all’inizio sembra ardua e stancante, perché comporta la lotta contro la forza dell’io e l’umiliazione dell’amor proprio.

Ma in capo a un certo tempo, quando l’anima si purifica dalla falsa grandezza e dalla pretesa dignità, la vita contrita si dispiega come un inno grave e melodioso che avvicina l’anima a Dio e la chiama a radicarsi sempre di più in lui, fino a riposarvi completamente”.

Ora, prosegue il catecheta, “l’anima contrita è ricolma di pace. Man mano che progredisce nella grazia e nella perfezione, avanza senza sforzo nell’umiltà e ogni deviazione verso l’orgoglio, la falsa grandezza o la vanagloria è, ormai, per lei tanto urtante quanto una nota stonata per l’orecchio di un musicista esperto”.

La contrizione, poi, evidenzia don Nuccio, “presenta due aspetti, uno di perdita volontaria e uno di ricezione involontaria. Da un lato l’uomo deve distruggere le parti della sua anima che, falsamente elevatisi, compaiono nel suo carattere, nella sua condotta e nelle sue vane ambizioni; dall’altro gli è chiesto di accettare ogni contrizione che gli viene da Dio, per inculcare nell’anima sua l’umiltà e ricondurla alla sua infanzia e alla sua semplicità originaria.

Quest’ultimo aspetto è un dono eccezionale di Dio, poiché spesso, l’uomo lasciato a se stesso non sa bene come ridurre il proprio io e schiacciarlo come si conviene; e se non è la contrizione che viene da Dio, nell’umiltà e nella dolcezza restiamo inevitabilmente imperfetti”.

E citando San Giovanni della Croce don Nuccio Cannizzaro dona, ai suoi parrocchiani e a quanti stanno vivendo questo necessario cammino, un suggestivo quanto allarmante e al contempo speranzoso dipinto spirituale…

Svela, agli occhi dei cuori, quella “valle dell’umiltà che Matta el Meskin definisce oscura e triste: è la nostra notte oscura…”

È il tempo in cui siamo chiamati a “mortificare tutti i nostri sensi, a rinunciare a qualsiasi cosa…”

È quel cammino che non possiamo intraprendere e portare a compimento da soli: “avremo bisogno di una guida, una guida che appartiene ad una categoria che potremmo definire come … merce rara… Dovremo lasciarci guidare da un padre spirituale…”

È quel momento in cui ogni nostra più fresca energia dovrà esser spesa nella lotta contro l’orgoglio nostro, che, come rimarca il monaco Giovanni Climaco, “l’orgoglio fa dimenticare i peccati commessi e di fatto l’inizio del cammino dell’umiltà è il loro ricordo”.

E quella nostra valle oscura, quella nostra notte oscura, altro non è, prosegue il parroco, se non “il nostro cuore… Il cuor nostro è una immensa valle… E la persona umile è la persona capace di attraversare le tenebre del cuor proprio, è la persona che ha poi ricevuto il … dono dell’umiltà, è la persona che sa con assoluta certezza di non saper nulla…”

Ciascuno di noi, ribadisce don Nuccio, “deve attraversare questa valle oscura e dolorosa. Giunti, però, all’altra sponda, in cima al monte, scorgeremo il volto radioso del Signore, che ci attende…”

E prima di concludere, don Cannizzaro offre all’uditorio alcune citazioni tratte dagli scritti dei Padri.

“L’umiltà – scrive Isacco il Siro – anche senza le opere, cancella molti peccati. Ma, al contrario, le opere senza l’umiltà non servono a niente”.

“Chi ama la lode – sempre Isacco il Siro – non solo non è mai stanco di rallegrarsi d’essere lodato, ma immagina anche dei motivi per esserlo. L’umile è colui che, quando è lodato, fosse anche a ragione, non ha il cuore in pace”.

“Dio permette che le prove – ancora una citazione di Isacco il Siro – e gli incidenti colpiscano le genti per esortarle all’umiltà. Se davanti alle prove e agli incidenti induriamo i nostri cuori, Dio permette ch’essi si intensifichino e si aggravino. Ma se li accogliamo con umiltà e con cuore affranto, Dio unirà alla prova la misericordia”.

E a mercoledì prossimo!

                                    Antonio Marino 

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