Giornata Internazionale della poesia

“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna? /

Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. /

Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?”

È, oggi, ventunesimo giorno di questo nostro infetto marzo, la Giornata Internazionale della Poesia: non potevamo attaccar discorso se non, proprio, coi leopardiani versi del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Chissà quante volte, nelle nostre notti da ingabbiati, ci siamo soffermati a rimirar la luna, magari invidiandola, magari chiedendole, davvero, è tu, luna, che fai?

Certo, ora che – per dirla col ligure Fabrizio De André, fine poeta seppur solo cantautore per l’INPS – “Primavera non bussa, lei entra sicura / come il fumo lei penetra in ogni fessura / Ha le labbra di carne, i capelli di grano / Che paura, che voglia che ti prenda per mano / Che paura, che voglia che ti porti lontano…” tutto, in questo nostro strano paragrafo esistenziale, diviene complicato: tuttavia, cantava a Sanremo il professor Roberto Vecchioni, “questa maledetta notte / dovrà pur finire / Perché la riempiremo noi da qui / di musica e di parole…”

Insomma, giornate impastate con una surreale quotidianità: stiamo imparando a convivere con i nostri familiari. Forse, addirittura, stiamo scoprendo casa nostra, i volti dei vicini di balcone o anche i sacrifici che una mamma quotidianamente vive nel portare avanti il carrozzone casalingo

Stiamo entrando, poi, in contatto con quell’indefinibile sconosciuto ch’è il silenzio.

Stiamo, quindi, scoprendo che ha carne e ossa anche il verbo sentire… Su di lui, Alda Merini, l’usignolo dei Navigli, che proprio il ventuno di marzo del 1931 nasceva alla Vita e all’Arte e alla Poesia, scrisse: “Mi piace il verbo sentire… / Sentire il rumore del mare, / sentirne l’odore. / Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra, / sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco. / Sentire l’odore di chi ami, / sentirne la voce / e sentirlo col cuore. / Sentire è il verbo delle emozioni, / ci si sdraia sulla schiena del mondo / e si sente…”

E se, con coraggio sovversivo, decidiamo di temporaneamente abbandonare qualsivoglia marchingegno tecnologico, sporgendoci fin oltre il davanzale di una delle finestre di una delle camere della dimora nostra, rischiamo di metterci a sussurrar, con Domenico Modugno, “meraviglioso / Ma guarda intorno a te / che doni ti hanno fatto: / ti hanno inventato / il mare eh! / Tu dici non ho niente / ti sembra niente il sole! / La vita / l’amore / Meraviglioso / il bene di una donna / che ama solo te / meraviglioso / La luce di un mattino / l’abbraccio di un amico / il viso di un bambino / meraviglioso / meraviglioso…”

Ovviamente, nell’andar da una casalinga stanza all’altra stiamo attenti ad evitar gli specchi che, mostrandoci senza filtri, richiamano alla memoria nostra quel che vergò Giosuè Carducci: “or non è piú quel tempo e quell’età. / Se voi sapeste!… via, non fo per dire, / ma oggi sono una celebrità. / E so legger di greco e di latino, / e scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú: / non son piú, cipressetti, un birichino, / e sassi in specie non ne tiro piú. E massime a le piante…”

Se, poi, il nostro attuale domicilio è ubicato in lembo di Terra alquanto distante da quella che accolse il nostro primo vagito, scomoderemo Giovanni Pascoli e quel suo Sogno: “Per un attimo fui nel mio villaggio, / nella mia casa. Nulla era mutato. / Stanco tornavo come da un viaggio; / stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato. / Sentivo una gran gioia e una gran pena, / una dolcezza ed un’angoscia muta. / “Mamma?”. “È là che ti scalda un po’ di cena”. / Povera mamma! e lei, non l’ho veduta…”

Ora, seppur avvolti dal soave inebriante profumo dei versi di cotanti Uomini d’Arte e di Lettere, non possiamo non tornare ad ancorar i piedi all’oggi… E, preannunciando una postilla finale, lasciamo calare il sipario con gli ultimi versi del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: “Forse s’avess’io l’ale / da volar su le nubi, / e noverar le stelle ad una ad una, / o come il tuono errar di giogo in giogo, / più felice sarei, dolce mia greggia, / più felice sarei, candida luna. / O forse erra dal vero, / mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: / forse in qual forma, in quale / stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale…”

Anche se, ci permettiamo aggiunger noi, nonostante ogni esistenza sia caratterizzata da spruzzate, più o meno intense, di dolore, la vita è un dono talmente bello che va vissuto fino in fondo.

Nonostante tutto…

Anche perché, noi, endecasillabi di quel gran componimento scaturito dal cuor di Dio, non possiamo sottrarci alla nostra unica e sola chiamata: dar colore sapore e armonia a quel progetto che il Crocifisso Risorto ha messo in rima per ciascuno di noi…

Reggio Calabria, 21 marzo 2020

 

                                       Antonio Marino

Se ti piace, condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *