Il giorno di Dante!

Il venticinque marzo è il giorno in cui, a detta degli esperti, l’Alighieri diede avvio al suo pellegrinaggio nell’aldilà…

A partire dal 2020, ogni anno, il venticinquesimo giorno di marzo sarà il Dantedì: ventiquattr’ore dedicate al genio letterario la cui vita principiò nel 1265 a Firenze e si compì a Ravenna nel 1321…

Ci siamo a lungo interrogati sul come, anche noi, disquisir di Dante…

Dopo lunga riflessione abbiam deciso di tuffarci nel Magistero Petrino, riportando a galla alcuni dei testi di alcuni dei Pontefici che a Dante han dedicato tempo, studi, apprezzamenti…

Il 30 aprile 1921, ad esempio, Papa Benedetto XV firmava la Lettera Enciclica “In praeclara summorum” indirizzata “ai diletti figli professori ed alunni degli istituti letterari e di alta cultura del mondo cattolico in occasione del VI Centenario della morte di Dante Alighieri”.

Ed esternando i motivi che lo hanno spinto a promulgare, in tale circostanza, il documento, Benedetto XV chiosa: “così ora, quasi ad iniziare il ciclo delle feste centenarie, Ci è parso opportuno rivolgere la parola a voi tutti, diletti figli, che coltivate le lettere sotto la materna vigilanza della Chiesa, per dimostrare ancor meglio l’intima unione di Dante con questa Cattedra di Pietro, e come le lodi tributate a così eccelso nome ridondino necessariamente in non piccola parte ad onore della fede cattolica”.

Ed esaltando “la prodigiosa vastità ed acutezza del suo ingegno” il Sommo Pontefice sottolinea che “si deve anche riconoscere che ben poderoso slancio d’ispirazione egli trasse dalla fede divina, e che quindi poté abbellire il suo immortale poema della multiforme luce delle verità rivelate da Dio, non meno che di tutti gli splendori dell’arte. Infatti tutta la sua Commedia, che meritatamente ebbe il titolo di divina, pur nelle varie finzioni simboliche e nei ricordi della vita dei mortali sulla terra, ad altro fine non mira se non a glorificare la giustizia e la provvidenza di Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità”.

E, Benedetto XV, conclude: “indicibile, dunque, è il godimento che procura l’opera del Poeta; ma non minore è il profitto che lo studioso ne ricava, perfezionando il suo gusto artistico ed accendendosi di zelo per la virtù, a condizione però che egli sia spoglio di pregiudizi, ed aperto alla verità. Anzi, mentre non è scarso il numero dei grandi poeti cattolici che uniscono l’utile al dilettevole, in Dante è singolare il fatto che, affascinando il lettore con la varietà delle immagini, con la vivezza dei colori, con la grandiosità delle espressioni e dei pensieri, lo trascina all’amore della cristiana sapienza; né alcuno ignora che egli apertamente dichiara di aver composto il suo poema per apprestare a tutti vitale nutrimento.

Infatti sappiamo che alcuni, anche recentemente, lontani sì, ma non avversi a Cristo, studiando con amore la Divina Commedia, per divina grazia, prima cominciarono ad ammirare la verità della fede cattolica e poi finirono col gettarsi entusiasti tra le braccia della Chiesa”.

Il 7 dicembre 1965, invece, San Paolo VI firma la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Altissimi cantus”, in occasione del settimo centenario della nascita di Dante Alighieri.

Papa Montini ritiene “degno e giusto che soprattutto il popolo italiano onori e commemori con grande ossequio e a gara il suo massimo poeta, l’onore luminosissimo della sua letteratura. Egli infatti è il principale creatore della sua lingua e rimane, attraverso le età, protettore e custode della sua civiltà, così come ne espresse e ne rappresentò la forma e l’immagine”.

Fermo restando, evidenzia il Papa, che “è pure chiara l’opportunità che la Chiesa cattolica sia presente nel tributare l’onore di una tale lode: essa lo annovera infatti fra gli uomini illustri adorni di valore e di sapienza, inventori di melodie musicali, amanti del bello. Nell’eccelso coro dei poeti cristiani, dove si distinguono Prudenzio, sant’Efrem Siro, san Gregorio Nazianzeno, sant’Ambrogio vescovo di Milano, san Paolino da Nola, sant’Andrea di Creta, Romano Melode, Venanzio Fortunato, Adamo di San Vittore, san Giovanni della Croce e non pochi altri più recenti, che sarebbe lungo nominare a uno a uno, l’aurea cetra di Dante, la sua armoniosa lira risuonano con una melodia ammirevole per la grandezza dei temi trattati e per la purezza dell’afflato e dell’ispirazione, meravigliosa per il vigore congiunto a una squisita eleganza”.

Tant’è che Paolo VI avverte l’urgenza di istituire “un insegnamento o Cattedra di Studi Danteschi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, quel grande ateneo a cui il Nostro venerabile Predecessore Pio XI dedicò tanta cura e tanta sollecitudine, e che i Romani Pontefici suoi successori — e Noi pure, sempre, ma in modo particolare quando svolgemmo il Nostro ministero come arcivescovo in Milano — hanno sempre trattato con grande onore e con pari benevolenza. Stabiliamo perciò motu proprio e per Nostra iniziativa che essa abbia un insegnamento o cattedra che promuova gli Studi Danteschi”.

 

E ciò, chiosa Papa Paolo VI, “non solo per rendergli gloria in questa circostanza passeggera, che s’inserisce nel corso del tempo e subito ne è travolta, ma per perpetuarne in qualche modo la gloria, non con l’erigere un silenzioso e gelido monumento di pietra o di bronzo, ma piuttosto con il far zampillare una fonte che fluisca di acque perenni, sia in sua lode sia a beneficio di una promettente gioventù. Perché i giovani — uno dopo l’altro affidati alla sua scuola e divenuti alunni di un tale maestro — diventino capaci d’illustrare la sua memoria e la sua opera, perché la sua poesia davvero verdeggi nel campo delle discipline letterarie, perché la sua sapienza umana e cristiana si affermi con nuova forza nella tradizione culturale degl’italiani, secondo la consuetudine e l’uso degli antenati che a giustissimo titolo venerarono Dante Alighieri come padre della loro lingua viva”.

Il Cardinale Joseph Ratzinger, il diciannove aprile 2005 eletto Papa Benedetto XVI, nell’estate del 1968 dava alle stampe il suo “Introduzione al Cristianesimo”. Nel capitolo dedicato “all’autentico scandalo del cristianesimo”, ovvero “che l’uomo Gesù, un singolo, giustiziato verso l’anno 30 in Palestina, sia il Cristo (l’unto, l’eletto) di Dio, anzi, il Figlio stesso di Dio, il centro focale e determinante dell’intera storia umana”, indicando “l’associazione addirittura mostruosa fra senso universale e una singola figura della storia”, ovvero ancora che “Cristo non è più soltanto ciò che abbraccia e sostiene la storia, ma è un punto inserito in essa stessa”, il teologo professor Ratzinger richiama la “commovente conclusione della Divina Commedia di Dante, allorché egli, contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria immagine, un volto umano, al centro dell’abbagliante cerchio di fiamme formato da <<l’Amore che move il sole e l’altre stelle>>”.

Papa Francesco, infine, nella sua prima Lettera Enciclica “Lumen Fidei”, rammenta che “la fede non abita nel buio; essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una <<favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla>>.”

Insomma, a quanto pare, è opportuno rimettere Dante e i suoi scritti a portata di mano…

Anche perché, s’è vero quel che scrisse Lev Tolstoj, “come una candela ne accende un’altra e così si trovano accese migliaia di candele, così un cuore ne accende un altro e così si accendono migliaia di cuori”, se noi ci lasceremo guidare da Dante, un po’ come Dante si lasciò guidare da Virgilio, potremo anche noi assaporare il sapore intensamente ammaliante dell’Arte e delle Lettere vere, l’Arte e le Lettere benedette da Dio, che da Lui sgorgano…

RC, 24 marzo 2020

                                  Antonio Marino  

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