Incontriamoci il mercoledì – 19

Distinguere l’ispirazione dello Spirito Santo dalle personali illusioni…

È questo uno dei passaggi di un diciannovesimo affascinante catechetico mercoledì.

Al calar della tela sull’incontro, don Nuccio Cannizzaro, parroco di “San Giorgio della Vittoria” nonché Chiesa degli Artisti, ammette la “complessità” del tema trattato: noi, però, in coscienza ed oggettivamente, ammettiamo la sua non comune capacità di far cogliere a ciascun cuore i dettagli più reconditi di due tratti caratteristici e poco frequentati della vita del cristiano: l’aridità spirituale e la direzione spirituale…

Sempre in compagnia dell’oramai amico nostro Matta el Meskin, introdotto dalle note organistiche di Bach eseguite dal Maestro Antonino Ripepi, don Nuccio attacca citando il Salmo 22, “Dio mio, invoco di giorno e non mi rispondi, di notte non c’è riposo per me… il mio vigore inaridisce come un coccio, la mia lingua si attacca al palato…”, soffermandosi poi sul “silenzio di Dio: una delle cose più brutte che l’uomo può sperimentare… È come quando ha bisogno di mamma o papà, che stanno in un’altra stanza, sotto lo stesso tetto: li chiami, sai che t’ascoltano, ma non ricevi risposta alcuna… Ecco il silenzio di Dio, che inquieta e preoccupa poiché non sai perché non ti risponde…”

Ed ecco l’inquietudine, magari pure la paura, che l’anima prova quando sperimenta “l’aridità spirituale, che non implica affatto la perdita del nostro buon rapporto con Dio. Anzi, ci dice Padre Matta, ci farà accedere alla statura di figli perfetti, degni di quell’amore superiore che non cerca il suo interesse, non si preoccupa di ricevere, ma si accontenta di dare e di spendersi”.

È, prosegue il catecheta, l’aridità spirituale, “una tappa importante, che non comporta alcun turbamento e non colpisce il cuore con alcuna miseria. L’aridità attiene all’anima nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni senza toccare la pace e la calma interiore: è un’esperienza vissuta intensamente da coloro la cui anima, dice Matta el Meskin, vezzeggiata è stata abituata alle consolazioni e agli incoraggiamenti… Insomma, quante volte abbiam sentito dire che … non sento nulla, prego prego ma…non provo niente… Se la preghiera è fondata sul…sentire…sulle emozioni…è preghiera che non va lontana…”

Al contempo, sottolinea don Nuccio, “l’uomo, vivendo il tempo dell’aridità spirituale, non dovrà dubitare, immaginando che il suo rapporto con Dio sia interrotto: mai smettere di pregare, rischiando così di regredire spiritualmente, esponendosi ad una prova nefasta e pericolosa, quella della mormorazione contro Dio… L’aridità è una esperienza che riguarda la natura stessa della preghiera, capace, se noi l’accogliamo lucidamente e volentieri, di portarci a un grado superiore, quello della preghiera pura che non si fonda sui sentimenti, sulle sensazioni e sugli incoraggiamenti. L’atteggiamento fondamentale, pertanto, è accettare l’aridità senza alcuna riserva: è una prova che ci aiuterà ad esser sempre più sottomessi a Dio, compiendo in pieno la sua volontà. La nostra sottomissione a Dio condiziona la nostra comunione con lui, e questa sola può condurci alla perfezione”.

Introducendo, poi, il rapporto fra “aridità e volontà” don Cannizzaro evidenzia che “manifestazione della mia anima è la mia volontà”. E siccome “l’adesione dell’anima alla preghiera, rappresentata dalla sua volontà, può rimanere intatta nonostante lo stato di aridità, poiché tale stato, fondamentalmente, non intacca la volontà”, la preghiera, dunque, “può essere perseguita con tutta la propria forza e tutta la propria energia. E la perseveranza nella preghiera senza il sostegno delle consolazioni e degli incoraggiamenti affettivi che provenivano dall’immaginazione, dai sentimenti e dai pensieri, è l’obiettivo principale di questa prova che la grazia dispone sul commino spirituale dell’uomo”.

Così, “disfacendosi dai legami che l’uniscono al sensibile, alle emozioni umane e alle rappresentazioni, poiché l’anima nella sua essenza è ben altro rispetto ai sentimenti che essa genera o che la influenzano, l’anima si stabilirà definitivamente in Dio, estendendo il proprio sguardo, durante la preghiera, su Dio, senza ostacoli e senza simulazioni esteriori”.

A questo punto don Nuccio, suggerendo l’affidamento, “a colui che cammina su questa via”, ai “consigli di un padre spirituale”, offre un breve, incisivo, chiaro e pratico affresco del “rapporto tra il figlio e il padre spirituale”. Citando “La paternità spirituale nella tradizione ortodossa”, volume che raccoglie gli atti di un convengo tenutosi a Bose nel 2008, ed in particolare il contributo del Metropolita Rumeno Serafim Joantă, don Nuccio definisce “costante” il rapporto che s’instaura tra figlio e padre spirituale, tanto da assumere “carattere sacramentale”. Tal rapporto, puntualizza il catecheta, deve, da ambedue la parti, costruirsi sulla stessa “umiltà del Cristo e su una vera obbedienza allo stesso Spirito Santo per mezzo della preghiera”. E se il padre spirituale attende e ascolta il figlio “in uno stato di autentica preghiera, non di distrazione…”, il figlio “accorto esporrà con poche parole l’essenza del suo stato, stando attento a cogliere la prima parola, la prima allusione che il padre gli donerà: è quella prima parola a provenir direttamente da Dio…”

Citando, invece, alcuni passaggi tratti da “una miscellanea di studi su Matta el Meskin” don Nuccio indica alcuni elementi caratteristici dell’esser “padre spirituale proprio di Matta el Meskin: egli, occupando il posto dello Spirito Santo, insegna ad ascoltare e discernere la voce dello Spirito, affinché il figlio impari a discernere e vagliare tra ispirazioni dello Spirito e sue personali illusioni.

Padre Matta era come abile chirurgo che, in occasione di delicatissimo intervento chirurgico, aveva cura di non sfiorare alcun nervo vitale: sapeva far cogliere a ciascun monaco l’intreccio tra la propria spiritualità e la propria unicità. Ciascun monaco è unico: insieme, in comunità, creano una sinfonia. Proprio come dovrebbe accadere in ogni parrocchia…”

E confidando la sua personale e determinante “esperienza di … maternità spirituale … sperimentata vivendo accanto a Madre Maria Salemi, donna, così come i tanti esempi di ispirati e degni padri spirituali, capace di dare a tutti libertà e spazio per crescere nell’esercizio delle doti che il Signore ad ognuno dona”, don Nuccio s’avvia alla conclusione mettendo in guardia, in tempi di aridità spirituale, “dagli agguati del demonio… Ricordiamoci che primo e ultimo responsabile della purezza della preghiera è la volontà.

La mia volontà! Ora, noi non siamo responsabili dei pensieri nostri: ne diveniamo responsabili nel momento in cui ne diamo l’assenso… Dio, insomma, non ci chiederà mai di render conto del male che attraversa il nostro pensiero o la nostra immaginazione, finché questo male non ha il nostro consenso e la nostra adesione, e a condizione di confermare questo rifiuto con la preghiera…  Se la volontà persiste nella sua protesta senza deporre le armi e senza che l’intenzione abdichi, allora ogni tortura che l’avversario infliggerà al pensiero e alla coscienza ci sarà contato, alla fine, come un’offerta pura… E se Dio sembra lasciarci gustare per un istante l’amarezza del potere di Satana, ciò è ben meritato, ma è vero anche che Dio non può abbandonarci e, al momento opportuno, interviene e trasforma tutto il male che subiamo in fattore di forza, di salvezza e di gloria”. 

RC, 1 aprile 2020

    Antonio Marino

 

 

Diciannovesimo appuntamento della catechesi “Incontriamoci il mercoledì” sulla preghiera nei Padri del deserto, a scuola di preghiera di Matta el Meskin.
Introito di questa sera è un audio gentilmente offerto dal giovane musicista reggino Antonino Ripepi che ha eseguito il preludio di J.S. Bach BWV 545.

Diciannovesimo appuntamento della catechesi "Incontriamoci il mercoledì" – 1 APRILE 2020

Diciannovesimo appuntamento della catechesi "Incontriamoci il mercoledì" sulla preghiera nei Padri del deserto, a scuola di preghiera di Matta el Meskin.Introito di questa sera è un audio gentilmente offerto dal giovane musicista reggino Antonino Ripepi che ha eseguito il preludio di J.S. Bach BWV 545.

Pubblicato da Chiesa degli Artisti – Reggio Calabria su Mercoledì 1 aprile 2020

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