Don Michele D’Agostino

Prima messa di

Don Michele D’Agostino

 

San Giorgio della Vittoria

28 giugno 2020

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,

è con grande gioia che oggi celebriamo la S.Messa assieme al nostro novello presbitero don Michele.

Rivolgo un cordiale saluto al Rettore del Seminario Arcivescovile don Salvatore Santoro e a tutta la comunità del seminario che ha custodito e fatta maturare la vocazione di Michele.

Un saluto alla sua famiglia che oggi gioisce assieme a tutta la Chiesa per questo fausto giorno e un caro saluto alla comunità che si riunisce nella nostra parrocchia che oggi vede un suo figlio salire questi gradini dell’altare per offrire il divin sacrificio.

Parlare del sacerdozio cattolico oggi è estremamente difficile, la nuova comprensione della Scrittura, ha messo in crisi il modello di sacerdozio che fino a qualche decennio fa viveva nelle nostre comunità. Il sacerdote era designato come mediatore tra Dio e gli uomini, (pontifex) ed elevato quasi ad altezza celeste, dato che con le sue mani presenta a Dio il sacrificio della Chiesa.

Ma l’autocomprensione della Chiesa delle origini, come si può cogliere nelle lettere del N.T. non parla affatto del potere rituale del sacerdote, mentre questo aspetto sarà preponderante nel corso della storia ecclesiastica. Inoltre l’insieme della tradizione neotestamentaria, specialmente a partire dalla lettera agli Ebrei, ha condizionato molto la concezione del sacerdozio, qui nasce quella nuova coscienza che sta alla base dell’atteggiamento di tutto il N.T. riguardo l’ambito del culto.

Per Paolo l’idea di sostituzione e di rappresentanza in Cristo ha assunto un nuovo significato. Egli, che sotto l’aspetto giuridico era un laico, fu in verità, come dice la lettera, l’unico vero sacerdote del mondo.

La morte di Gesù, pur non avendo le caratteristiche rituali dell’ebraismo, questa morte, tuttavia, fu l’unica vera liturgia del mondo. Una liturgia cosmica, mediante la quale Gesù entrò attraverso il velo della sua carne, cioè della sua morte, non offrendo qualche cosa, ma offrendo se stesso. Con il sacrificio di Cristo, viene definitivamente abolita la storia religiosa prima di lui. Tutto ciò si accompagna alla coscienza dell’unicità e della definitività di quella liturgia che fu la vita e la morte del Signore.

Al posto della sacralità rituale degli antichi, nel cristianesimo emerge una nuova forma di sacralità e una nuova concezione del ministero sacerdotale che è legato all’umanità di Gesù.

Nella Chiesa di Cristo, uno solo è il Sommo Sacerdote: Gesù, dopo di lui ci sono, apostoli, vescovi, presbiteri, diaconi. L’origine del ministero presbiterale è da identificare nella libera volontà del Signore, che chiama non coloro a cui piace compiere questa missione o quelli che scelgono di propria volontà, ma chiama quelli che Egli vuole.

Ecco perché per il Vangelo, la risposta alla sua chiamata e l’accettazione della sua volontà costituisce il centro di ogni vocazione presbiterale.

Se esaminiamo  il racconto della chiamata dei dodici, notiamo come questa si riallacci allo schema della chiamata profetica e non, ad esempio, alle tradizionali del libro del Levitico, in pratica cioè alle forme del sacerdozio di Aronne. Ciò significa che il ministro di Cristo viene prescelto in maniera sempre personale, tipica del ministero profetico.

Chi è chiamato a questo ministero è perché ha risposto ad una chiamata personale. Se la chiamata profetica al sacerdozio neotestamentario è alla base del ministero, allora carisma e ministero non possono essere separati nè contrapposti. Il ministero cattolico allora non può essere mai semplicemente istituzione e burocrazia.

Se la missione del sacerdote consiste primariamente nel testimoniare Gesù davanti agli uomini, il presupposto è che prima bisogna conoscerlo, vivere in intimità con lui, non conoscerlo “solo per sentito dire” (Giobbe), ma abituarsi all’intimità con lui, a vivere vicini a lui, a seguirlo, ascoltarlo, abituarsi al Suo modo di essere e di pensare.

 Il sacerdote cristiano non è chiamato primariamente al servizio del culto, non è colui che svolge un ben determinato rituale, ma è un “inviato” che continua la missione di Cristo per gli uomini, prosegue il suo Kalein (chiamare) alla Ekklesia (comunità di coloro che sono chiamati-fuori). Egli cerca gli uomini e vuole riunirli nell’uomo nuovo Gesù Cristo, nella santa comunità della Chiesa di Dio. In questo consiste la sua missione.

La liturgia del sacerdote cristiano è e rimane fondamentalmente la liturgia cosmica: radunare tutte le genti nella grande Ostia dell’universo orante. (Rom.15,16;Ap.5).

Il sacerdote cattolico è sempre stato inteso come liturgo della celebrazione eucaristica, oggi questo compito deve essere ricompreso più chiaramente nel grande contesto a cui appartiene. E’ attorno all’Eucaristia che si fa la Chiesa, insegna il Vat. II, il compito liturgico del sacerdote e il suo compito missionario non si contraddicono, ma si illuminano a vicenda.

Se essere sacerdote è “l’essere in stato di missione”, l’essere mandato cioè, questo significa che per il sacerdote è essenziale il suo essere per un Altro.

Chi riceve questa missione, questo mandato, non si appartiene più, vivere in stato di missione in altri termini, per il sacerdote, significa scomparire completamente rispetto a Colui che invia, significa non mettere avanti se stesso, non predicare se stesso, ma indicare agli altri la via per raggiungere la meta che è Cristo. Significa, in altre parole, essere pronti a diminuire, perché il Signore cresca. ( Giovanni Battista).

Ecco la caratteristica del sacerdote cristiano, egli non è mai per sé, rimane sempre vicario, qualunque sia il rango che egli abbia potuto acquisire, rimane solo un rappresentante che non parla né agisce per sé, ma per Colui che ci ha rappresentato e ci rappresenta tutti e che vuole ora essere rappresentato da noi.

Il sacerdote non può mai divenire padrone degli altri, sempre sarà un compagno, con-servo, (syndoulos). Qui sta il concetto fondamentale che il Concilio Vat.II ha voluto esprimere quando parla di sinodalità.

Alla base dell’insegnamento del Concilio c’è l’idea di evangelizzazione, e su questa base che si delinea e si intende il ministero sacerdotale. Il sacerdote è essenzialmente un evangelizzatore e il suo ministero è la missione. Il sacerdote allora deve essere un uomo che vive la sua vita a partire dalla Parola, ne ha familiarità con essa.

Solo così il sacerdote può sentirsi chiamato a quel compito fondamentale che la Presbyterorum Ordinis al n. 5 richiede: iniziare i fedeli alla preghiera. Il tutto dentro il quadro dell’obbedienza ecclesiale e dell’obbedienza della Chiesa. In quanto nella predicazione, tutti, Papa, vescovi e presbiteri sono legati ad un impegno di fedeltà alla Parola.

L’obbedienza della Chiesa (intesa come Magistero) alla Parola, è la premessa dell’obbedienza ecclesiale (del singolo predicatore). Una cosa può stare solo con l’altra, e dove una è messa in crisi, tutto l’insieme rischia di crollare.

Oggi la Chiesa e con essa il ministero sacerdotale, è messa davanti ad una sfida: quella di riuscire a divenire contemporanei alla Parola e a far divenire la Parola contemporanea al nostro tempo. Se non riusciamo vincenti da questa sfida, il messaggio evangelico sarà archiviato come un relitto religioso del passato che non avrà più nulla da dire all’umanità contemporanea. Questa sfida sarà vincente solo se noi predicatori siamo già divenuti a nostra volta contemporanei a questa Parola.

 Il nostro tempo, con tutte le sue problematicità è il luogo della trasformazione dell’allora nell’oggi e può avvenire solo dentro l’esistenza di chi predica.

Nella vita del sacerdote deve avvenire questa trasformazione: farsi tra-durre nella Parola per essere capaci di poter tra-durre in noi ciò che vi è in essa. Se nell’uomo-annunciatore la Parola diverrà attuale, allora egli potrà mettere in crisi l’oggi. Adempirà così la sua missione profetica per la quale è stato chiamato alla sequela di Cristo.

Il luogo della contemporaneità della Parola è l’assemblea eucaristica, in essa, si realizza l’annuncio del mistero pasquale di morte e risurrezione di Cristo attraverso la presenza dello Spirito Santo. La celebrazione eucaristica è, perciò, il centro del ministero sacerdotale, poiché è il centro dell’evangelizzazione, il reale compimento del Vangelo. Ecco perché allora l’Eucaristia è chiamata culmen et fons dell’annuncio evangelico, per questo motivo, essendo il vertice dell’annuncio è anche il vertice della missione del presbitero, che a partire dall’Eucaristia è chiamato ad edificare la comunità in cui vive e opera con l’unico scopo di fare di molti una cosa sola, in altri termini rendere visibile la Chiesa nella comunione sacramentale, preludio della comunione mistica che ci attende nella Gerusalemme del cielo.

Il parroco

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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