Domenica del buon Pastore

Quarta Domenica di Pasqua anno B. Domenica

25 aprile 2021

In questa domenica che tradizionalmente la Chiesa conosce come la domenica del buon Pastore, c’è una bella pagina di Papa Benedetto XVI che  torna alla mente. Il 7 maggio del 2006 durante il rito dell’ordinazione presbiterale di alcuni diaconi di Roma ebbe a dire: “  Gesù prima di designarsi come Pastore, dice con nostra sorpresa: “Io sono la porta” (Gv. 10,7). E’ attraverso di lui che si deve entrare nel servizio di pastore.

Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo affermando: “Chi …sale dall’altra parte, è un ladro e un brigante” (Gv. 10,1). Questa parola “sale” “anabainei” in greco , evoca l’immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare, “ Salire” si può vedere anche come immagine del carrierismo, del tentativo di arrivare “in alto” , di procurarsi una posizione mediante la Chiesa: servirsi, non servire. E’ l’immagine dell’uomo che, attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l’immagine di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l’umile servizio di Gesù Cristo.

Ma l’unica ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. E’ questa la vera ascesa, è questa la vera porta. Non desiderare di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l’altro, per Cristo, e così mediante Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento, e ciò significa appunto: attraverso la donazione di se stessi a Cristo, affinchè Egli disponga di me; affinchè io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa dovesse essere in contrasto con i miei desideri di autorealizzazione e stima.”.

Questo commento alla domenica del buon Pastore di Papa Benedetto XVI mette i pastori davanti alla loro coscienza ed inevitabilmente chiede loro di esaminare i propositi e gli orientamenti che hanno assunto nell’accettare di vivere questa missione. Noi ci chiamiamo pastori in modo improprio però,  perché l’unico Pastore è Cristo, noi siamo pastori nel senso che collaboriamo con la sua missione pastorale nella Chiesa. Infatti già l’A.T. identifica solo in Dio il vero pastore del gregge, perché solo Lui può dare la salvezza. ( Sal. 80,2). “Tu pastore d’Israele”. Ogni israelita risponde: “Il Signore è il mio pastore”. (Sal. 23,1).

Nel servizio del pastore non c’è nulla di funzionale o di burocratico, ma tutto si svolge dentro una dinamica di obbedienza e di amore che lega il ministro al suo Signore. Tutto si deve vivere sul piano della relazione personale , non dei ruoli, dei doveri, dei compiti. Giovanni presenta Gesù come Pastore universale, solo a Lui spetta questo titolo, i ministri sono solo collaboratori del Suo ministero pastorale nella Chiesa. C’è una mutua dipendenza del ministro da Cristo, buon Pastore e anche il battezzato deve dipendere dall’unico Pastore.  Gesù rivendica per se questo titolo, solo Lui è il buon Pastore, ognuno di noi deve commisurarsi a Lui, ministri e fedeli. 

Certo, questo discorso sul pastore fatto nella nostra condizione storica, può generare anche qualche forma di fastidio. Chi vorrebbe dipendere da un altro? Chi di noi vorrebbe essere considerato pecora dentro un gregge, bisognosi di un pastore che ci guidi? Ecco allora che emergono i caratteri della pecora, ossia del fedele che trova nel buon Pastore il suo sostegno e la sua salvezza.

Vivere in una comunità cristiana, dove si ricerca il Signore e dove si ascolta la sua Parola, presuppone avere delle caratteristiche tipiche che fanno di ogni fedele un autentico cristiano. Al centro della vita di ogni battezzato che vuole vivere la sua fede ci deve essere il Giorno del Signore, ossia la celebrazione dell’Eucaristia domenicale. Inoltre il sincero ascolto della Parola e la disposizione alla conversione del cuore. In più chi desidera mettere a servizio la sua vita per la comunità, deve avere altre doti umane e spirituali. Vivere la parrocchia ci fa essere collaboratori della gioia della risurrezione e del sacerdozio di Cristo.

Chi svolge un ministero nella Chiesa lo deve svolgere con spirito di servizio e umiltà. Il rischio che si corre è quello di portare dentro la comunità cristiana la mentalità, i criteri di giudizio,  i comportamenti che si vivono nel mondo. Così facendo le pecore, ossia i fedeli che vivono dentro la comunità parrocchiale, pur svolgendo il loro servizio, alcune volte anche gravoso,  portano quella mentalità del mondo che conduce a scontri e divisioni, creando spaccature insanabili nella comunione ecclesiale.

Ci sono dei vizi di cui sono vittime sia i  sacerdoti che i fedeli. Per i sacerdoti abbiamo visto già sopra quali rischi corrono, i fedeli, che sono oramai identificati con l’appellativo di operatori pastorali, quando non vigilano sulla loro condotta, corrono il rischio di clericalizzare il loro servizio e di assumere i medesi  atteggiamenti che sono biasimati nei pastori. Ossia concepire il proprio rapporto con gli altri membri della comunità come dominio, comando, potere.

La ricerca di protagonismo, visibilità, e narcisismo non fanno altro che inficiare la testimonianza di fede sia nei pastori che nei loro più stretti collaboratori. Così facendo si crea una comunità chiusa, accessibile solo ad una stretta élite di “preferiti” dal parroco i quali lo compiacciono e lo lusingano con i loro complimenti. Ecco come allora la testimonianza dell’autentica carità cristiana diventa non più credibile e il Vangelo non più comprensibile ai più. Papa Francesco più volte nei suoi interventi ha denunciato questi atteggiamenti sia nel clero che tra i fedeli. Quando la vita ecclesiale diventa occasione per raccogliere onori e privilegi, si snatura e diventa una contro testimonianza. La domenica del buon Pastore allora deve costituire l’occasione data sia ai pastori che ai loro collaboratori, per riflettere sui motivi dell’adesione a Cristo e alla Chiesa e sinceramente fare una revisione di vita personale e comunitaria alla luce dell’esempio del Maestro, che non è venuto per  farsi servire, ma a servire e dare la sua vita per tutta l’umanità. (Mc. 10, 45).

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

Se ti piace, condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *