La vita in Cristo

Quinta domenica di Pasqua anno B 02.05.2021

 

A partire da questa quinta domenica e fino alla settima, il vangelo di Giovanni ci presenta il cosiddetto “discorso di addio” di Gesù. Oggi attraverso la parabola della vite e dei tralci, Gesù ci esorta a capire quanto i suoi discepoli dipendano la lui. Senza essere uniti a lui, neanche l’impegno missionario porta frutti. Solo se i discepoli restano uniti a lui, portano frutto, una unione spirituale, pastorale e teologica. Un cristiano che non vive in Gesù e non ha una fede viva, come può testimoniare il Signore risorto?

Un pastore senza fede, come potrà parlare in nome di Cristo ed essere credibile agli occhi dei fedeli che lo ascoltano? La sua testimonianza si rivela subito poco credibile e il suo insegnamento falso. Ecco perché ogni testimonianza di Gesù dipende dal grado di unione con lui.

Gesù si paragona alla vite e dice che il Padre suo è il vignaiolo, mentre chiama i suoi discepoli tralci. Una similitudine chiara; infatti, come il tralcio deve rimanere nella vite per fare frutto, così i discepoli devono rimanere innestati in Cristo per portare il loro frutto.

Ci chiediamo allora che cosa significa rimanere in Cristo? Per Giovanni il verbo rimanere (ménein) usato per il discepolo, è anche quello usato a proposito della discesa dello Spirito Santo che rimane su Gesù dopo il battesimo. E’ allora evidente che Giovanni applica una similitudine: come lo Spirito è sceso su Gesù e su di lui è rimasto, così i discepoli devono rimanere in Cristo per portare frutti.

Rimanere per i discepoli significa ed esprime la maturità del rapporto di fede e di amore che li deve legare al Cristo risorto. L’essere seguaci del Signore deve esprimersi in un rapporto interiore, spirituale che spinge il discepolo a rimanere nell’amore di Cristo.

Ma il rimanere in Cristo è il presupposto fondamentale per rimanere con i fratelli, creare cioè una comunione piena con tutti coloro che vivono la stessa esperienza di fede e di amore in Cristo.

La parabola della vigna che Gesù usa nel vangelo, si inserisce nell’alveo dell’Antico Testamento per superarlo nel significato e nella portata teologica. Infatti l’A.T. conosce il simbolo della vigna e lo applica a Israele, vigna infedele. Per Dio la vigna è il suo popolo. (Os.10,1; 3,1).

Anche Isaia userà il simbolo della vigna per parlare dell’infedeltà del popolo. (Is.5, 1-7). Geremia farà altrettanto (Ger.”,21; 8,13). Infine anche Ezechiele denuncia l’infedeltà della vigna, ossia del popolo (Ez. 19,10-14).

Il vangelo odierno vuole sottolineare l’intima unione del Signore con i suoi. Cristo si preoccupa perché ognuno di noi resti innestato nella sua vita. Nella Chiesa antica c’è una grande consapevolezza di questa verità tanto che nella preghiera eucaristica della Didachè, nel rendimento di grazie sul calice si dice: “noi ti ringraziamo, Padre nostro, per la santa vigna di Davide tuo servo, che tu ci hai fatto conoscere per mezzo di Gesù tuo servo”.

E’ la Chiesa voluta da Gesù che prende consapevolezza della continuità con l’A.T. e lo supera in Cristo. Senza una vita interiore vissuta con Cristo, senza una comunione personale con lui, il fedele non riuscirà mai a fare il salto dall’io al noi, rimarrà chiuso dentro il suo egoismo e non riuscirà a dire si al Signore in modo libero e convito, pieno di amore e di gratitudine. Le sue relazioni con gli altri nella comunità saranno espresse solo dentro un rapporto di forza e di egoismo, costruendo dipendenza e non libertà, sottomissione e non amore libero e liberante.

 

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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