Corpus Domini, Eucaristia di strada

In questi anni di pandemia, molte cose sono state stravolte, la quotidianità, la vita di lavoro, la scuola, lo sport, la vita di fede. Siamo stati costretti a ri-significare i gesti di ogni giorno, anche quelli rituali e di fede.

La festa odierna è una festa nata proprio con l’esigenza di dare nuovo significato ad una fede che era stata contrastata, vilipesa e derisa. Questa festa è nata sotto l’influsso delle visioni di Giuliana di Cornillon, monaca agostiniana di Liegi, dove per la prima volta si celebrò la festa del Corpus Domini, era l’anno 1247.

Potente impulso alla celebrazione dell’odierna festa fu data da San Tommaso d’Aquino che segnò i contenuti teologici della festa: l’Eucaristia memoriale della passione di Cristo, sacramento di unità dei fedeli con Cristo e tra loro, prefigurazione della partecipazione alla vita divina nel convito eterno del cielo. Questa festa, teologicamente è un doppione del Giovedì Santo, tuttavia contiene delle prospettive antropologiche ed ecclesiologiche che sono state del tutto dimenticate negli ultimi anni.

Con l’incedere del relativismo e della globalizzazione, questa festa ha perso i suoi antichi connotati. Essa era nata come pubblica devozione e adorazione del popolo nella presenza reale di Cristo, nel sacramento del suo corpo e del suo sangue. E’ vero che all’inizio era nata con forti note polemiche antiprotestanti, dovuti alla reazione della Controriforma, ma col tempo assunse sempre più una valenza popolare, una vera e propria festa dell’Eucaristia. Dal chiuso delle celebrazioni, dalla solennità delle basiliche, il sacramento veniva portato lungo le strade, per le piazze, nei luoghi dove l’umanità viveva la sua quotidianità e la sua vita. Così, per certi versi, il Signore presente nel sacramento, si faceva pellegrino per le strade, incontrando il suo popolo e benedicendo così le dimore degli uomini. Un Dio vicino e amico degli uomini.
Oggi, mentre papa Francesco esorta la Chiesa ad uscire per le strade, mentre invita i presbiteri a non stare chiusi nelle sacrestie ed esorta i vescovi ad uscire dai palazzi, sembra una contraddizione che la processione del SS. Sacramento viene relegata dentro le anguste mura di un convento o di una chiesa. Certo è tutto scusato per via della pandemia, ma tutto questo costituisce un segno di triste presago di ciò che potrebbe essere un rintanamento della fede dentro le mura dei luoghi di culto.

La fede risponde al mandato di Gesù che i cristiani devono sempre ricordare: “Ite, missa est”, cioè andate ad annunciare a tutti quello che avete celebrato nella messa.
La festa del Corpo e sangue di Cristo, oggi versa in una crisi profonda nella considerazione dei cristiani, perché nel corso degli ultimi decenni si è fatto l’errore di scindere e di staccare i segni dal contesto celebrativo in cui sono inseriti, pensando che da soli potessero avere una capacità comunicativa assoluta, che di fatto non hanno.

In altri termini, abbiamo dimenticato che il sacramento (eucaristia) può essere segno solo a condizione che riesca ancora ad essere percepito e compreso come rito. Per capirci, l’Eucaristia non può essere compresa fuori dall’azione rituale celebrativa, cioè dalla celebrazione-partecipazione alla santa messa.
I fedeli che si astengono dal partecipare alla santa messa domenicale, non posseggono le coordinate teologiche-spirituali per capire il senso del sacramento dell’eucaristia. Un esempio lampante ce l’abbiamo quando alcuni fedeli protestano perché i tabernacoli sono collocati nelle cappelle o decentrati nell’area presbiterale. A questa domanda sottende il fatto che colui che la fa ha già perso il senso della celebrazione rituale e considera il sacramento come un oggetto statico a se, senza alcun collegamento con l’azione rituale della comunità orante.

In altri termini non si è capito che è la Chiesa che fa l’Eucaristia, mentre l’Eucaristia, facendosi, fa la Chiesa. Senza il rito, nulla è fattibile nella Chiesa.
Aver sganciato il rito dal sacramento, ha prodotto una spaccatura pastorale, teologica e infine psicologica nella mentre dei cristiani che oggi si sono sentiti autorizzati a non andare più a messa, tanto basta guardarla sui social perché è la stessa cosa. Sottraendosi alla partecipazione al rito domenicale della messa, si sono sottratti alla partecipazione sacramentale, di fatto si sono esclusi dalla comunione con la Chiesa. Da qui il salto verso l’ateismo pratico “devoto” il passo è breve. Il rischio di questo atteggiamento assunto dalla maggioranza di quelli che si dicono cristiani è quanto mai grave.

Essi di fatto non sono più cristiani, ma hanno la consapevolezza di esserlo ancora, non hanno compreso che senza la domenica non si può vivere da cristiani (martiri di Abitene), ma tuttavia presumono ancora di esserlo e di poter dare giudizi e fare critiche alla Chiesa e ai suoi insegnamenti. La presunzione di credere nei sacramenti, senza vivere le loro celebrazioni, ha creato una insanabile spaccatura nella loro coscienza, portandoli di fatto a praticare una fede soggettiva ed egoista che non ha nulla di cristiano, di evangelico. Il loro è un ateismo “devoto” abitato da riti antropologici che soddisfano l’innato senso di autonomia dal sacro che sempre ha fatto capolino nella storia dell’umanità.
La festa del Corpus Domini di oggi come di ieri, è invece un forte ricamo ad accogliere la signoria di Cristo nella nostra vita e permettergli di invadere i campi del nostro vivere, gli ambienti domestici, le strade, le piazze, i luoghi di svago, di lavoro, e riconoscere la sua signoria su tutta la nostra vita. Vita privata e sociale, perché la fede possa permeare tutti gli angoli della città, consentiamo a Cristo eucaristico di camminare ancora nelle nostre strade, certo, al suo passaggio qualcuno proverà imbarazzo, qualche altro fastidio, ma ci sarà anche qualcuno che piegherà le ginocchia e in atto di adorazione dirà: “Signore mio e Dio mio” (Gv. 20,28).

 

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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