Vegliate e pregate

Prima domenica di Avvento anno C

 

Il Vangelo che abbiamo ascoltato, ci porta a considerare il ricordo dell’incarnazione del Verbo di Dio e l’attesa della sua venuta. Il tempo tra il già e il non ancora. Il tema che caratterizza le letture di oggi è quello della speranza. Questo tempo di avvento che comincia, lo potremmo chiamare il “sacramento della speranza”.

È vero che Gesù non parla mai di speranza, i Vangeli non ci raccontano nulla in proposito. Solo dopo la Pasqua il tema della speranza esplode in tutta la sua portata. La speranza diviene allora una componente fondamentale della vita cristiana. 

Gli antichi non conoscevano la speranza, conoscevano solo l’attesa che come tale conserva la sua ambiguità.  La speranza invece poggia sulla fede e si nutre della carità. Lo Spirito Santo è la sua fonte. Scriveva Péguy:

La fede vede quello che è, nel tempo e nell’eternità. La speranza vede quello che sarà, nel tempo e nell’eternità. La carità ama quello che è, ma la speranza ama quello che sarà. La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza”.

Se la predicazione cristiana oggi è priva di forza, forse lo è anche perché priva di speranza. Il mondo oggi è assetato più di speranza che di pane. I cristiani allora devono imparare ad essere trasmettitori di speranza.

Come i fedeli nelle processioni si passano di mano in mano l’acqua benedetta, così noi fedeli dobbiamo passarci di cuore in cuore la divina speranza” (Péguy). Del resto anche S. Paolo con la preghiera con cui concludeva la sua lettera ai Romani era dello stesso avviso: “Il Dio della speranza ci riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiamo nella speranza per la virtù dello Spirito Santo” (Rom. 15,13).

La prospettiva escatologica delle virtù teologali oggi è illustrata dalle rispettive letture di questa prima domenica di avvento: Geremia parla della fede, 1Tessalonicesi della carità, Luca della speranza. La liturgia oggi ci esorta ad alzare il capo, alzare gli occhi e vedere ciò che a molti resta invisibile : la salvezza che avanza tra le tribolazioni della nostra storia umana. Ecco perché siamo esortati anche a vigilare. Cioè lottare contro l’angoscia, contro il rischio di finire in balia di paure, di fantasmi e credenze ci allontanano dalla verità. Vigilare significa non cadere nello smarrimento, significa ritrovare forza e coraggio che impediscono alla paura di paralizzarci e di condurci alla rassegnazione, alla morte. La vigilanza è lotta contro l’abitudine e la sua influenza anestetica sulla nostra vita, sulle nostre emozioni.

Preghiera e vigilanza pongono il credente alla presenza di Dio, mostrano una valenza escatologica: vivendo alla presenza del Signore nell’oggi, il credente si prepara ad incontrarlo alla sua venuta.

Il comando di Gesù fatto ai cristiani è: vegliate e pregate. Interrogarsi sulla propria preghiera significa interrogarsi sulla propria fede e sulle qualità della propria vita.

 

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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