Il sacramento dell’Eucaristia e della carità

Giovedì Santo nella Cena del Signore

Questa sera siamo stati convocati per celebrare la memoria della cena di Gesù e come ogni anno ci mettiamo in sintonia con il clima di quell’ultima cena.

Che cosa è stata l’ultima cena di Gesù? Come i cristiani sono giunti a comprendere il suo carattere pasquale?

Gesù era consapevole della sua morte imminente, per questo invitò i suoi discepoli ad un’ ultima cena con loro che doveva rivestire un carattere particolare. Una cena che non apparteneva a nessun determinato rito giudaico. Era il suo congedo dai discepoli e da questo mondo, una cena d’addio, in cui egli lasciava qualcosa di nuovo: donava sé stesso come il vero agnello, istituendo così la sua pasqua.

Questa cena non era la tradizionale cena pasquale ebraica, che sarebbe stata celebrata in altro giorno, questa cena era una cosa diversa, era una cena d’addio tra amici, era la Pasqua rituale di Gesù. Infatti il rito della cena pasquale ebraica sarebbe stato celebrato solo qualche giorno dopo, quando Gesù era già morto. Gesù in questa cena celebrava la nuova Pasqua, portando così a compimento l’antica Pasqua ebraica.

Il primo e più antico racconto della Pasqua di Gesù lo abbiamo in 1Cor. (5,7): “Cristo nostra pasqua è stato immolato” (56 d.C.). L’ultima cena di Gesù così diventa un preannuncio dei doni eucaristici e un’anticipazione della croce e risurrezione “la pasqua di Gesù”.

Gesù pronuncia le sue parole sul pane e sul vino accompagnandoli con il gesto di spezzare e versare. Il gesto di spezzare il pane è divenuto il simbolo per rappresentare il mistero eucaristico, anzi è passato ad identificare la stessa Eucaristia, assumendo proprio questo nome: “Fractio panis”.

Questo è il mio corpo dato per voi, con queste parole Gesù trasforma la sua morte violenta in un atto libero di autodonazione per gli altri e agli altri. Nell’atto di donare la vita non c’è solo la morte, ma è inclusa anche la risurrezione. Con questo rito, Gesù anticipa la sua morte e la sua risurrezione e la trasmette a noi per tutti i secoli dentro un rito che si chiama “Messa”. Poi Gesù pronuncia le parole sul calice:” Bevetene tutti e fate questo in memoria di me”. Gesù ci dona una nuova alleanza nel suo sangue, cioè il dono totale di sé stesso. Per cui partecipare al corpo e sangue di Cristo significa che nel sacramento ci accoglie tutti in lui.

Mentre la morte in croce di Gesù esprime la sua portata salvifica universale (per tutti), l’Eucaristia, cioè il sacramento della sua morte e risurrezione, esprime una portata più limitata. E’ salvezza (per molti) perché al sacramento si partecipa con la nostra volontà e con il nostro impegno di conversione. Mentre nella morte di Cristo non è chiesta la nostra partecipazione per la sua valenza salvifica, non è così per il sacramento dell’Eucaristia. Qui è richiesta la nostra volontà a partecipare per attingere alla salvezza. Per la teologia, le parole di Gesù nell’ultima cena, costituirebbero l’atto vero e proprio di fondazione della Chiesa. Istituendo l’Eucaristia, Gesù ha istituito la Chiesa.

Con l’ultima cena è arrivata anche l’ora di Gesù. L’ora del suo passaggio “metabainen-metabasis”. Per partecipare alla sua pasqua i discepoli devono sottomettersi ad un lavacro per ricevere la purezza: la lavanda dei piedi, (annuncio e prefigurazione della deposizione della vita che Gesù attuerà sulla croce).

Solo se ci lasciamo ripetutamente lavare, cioè rendere puri dal Signore stesso, possiamo imparare a fare insieme con lui ciò che egli ha fatto. Dobbiamo cioè lasciarci immergere nella misericordia del Signore, diventare puri è dono di Dio e non opera nostra. La lavanda dei piedi ci mette davanti a due differenti modi di agire umani raffigurati da Pietro e Giuda. Ambedue tradiscono Gesù: solo che Pietro chiede perdono al Signore, Giuda invece non riesce a credere al perdono e anche se è pentito dal suo tradimento, egli dispera nel perdono del Signore. Egli vede oramai solo sé stesso e le sue tenebre, non vede più la luce di Gesù, quella luce che può illuminare e disperdere anche le tenebre più buie.

La lavanda dei piedi assume così una valenza simbolica per tutta la Chiesa e per tutti gli uomini. Il battesimo ci ha perdonato da tutti i peccati, ma i cristiani rimangono peccatori, hanno bisogno della confessione dei peccati, solo così la colpa viene espiata, nella confessione il Signore lava sempre di nuovo i nostri piedi sporchi e ci prepara alla comunione con lui nel sacramento dell’eucaristia, sacramento della sua pasqua, viatico del nostro cammino incontro a lui, anticipo del cielo e della comunione dei santi. Ecco il senso di questa sera: Gesù ci dona il sacramento dell’eucaristia e quello del sacerdozio (fate questo in memoria di me). Per partecipare all’Eucaristia dobbiamo essere puri, ci dobbiamo fare lavare dallo Spirito Santo nel battesimo e nella confessione dei peccati. Solo allora saremo degni di sederci a mensa con il Signore e mangiare la sua pasqua.  

Però questa sera, la liturgia pone alla nostra attenzione, un altro segno: la lavanda dei piedi. Quale significato nasconde tale gesto di Gesù? Solo l’evangelista Giovanni ce lo tramanda, i Sinottici non ne parlano nel contesto dell’ultima cena. Qual è il vero significato di questo gesto di Gesù?

Per comprendere a fondo questo gesto di Gesù dobbiamo tornare al dialogo di Gesù con Pietro (vv.6-10), perché è qui che si ha la spiegazione autentica del gesto della lavanda dei piedi. Giovanni afferma che il bagno rende puri (lelumenos), la connessione tra bagno e purezza non può che rimandare al lavacro battesimale e ai suoi effetti sacramentali.

Nella letteratura giovannea la purificazione dei peccati è fatta dipendere dal sangue di Cristo e non dall’acqua del battesimo. In Gv. (19,34) si dice che dal costato di Gesù aperto dalla lancia scaturirono acqua e sangue, ciò che fonda la forza sacramentale dell’acqua battesimale è lo Spirito emesso dal Cristo grazie allo spargimento del suo sangue sulla croce.

Il senso della risposta di Gesù a Pietro è chiara. Mentre la lavanda delle mani e della testa è da considerarsi superflua, veramente necessaria è solamente la lavanda dei piedi per conseguire la purificazione totale. Quindi per entrare nel Regno è condizione preliminare la lavanda battesimale dei piedi. E’ evidente che l’evangelista Giovanni vuole biasimare il movimento dei discepoli del Battista che notoriamente amministravano il battesimo per immersione totale.

Il sostenitore di tale prassi battesimale era l’apostolo Pietro. Giovanni si vuole discostare dal battesimo praticato dal Battista che era immersione nel fiume Giordano e afferma che il battesimo cristiano non ha nulla a che vedere con quello di Giovanni, ecco perché fa consistere il battesimo cristiano nel rito della lavanda dei piedi. Quindi un risultato teologico appare scontato: la comunità giovannea praticava il battesimo solo mediante lavanda dei piedi, in ricordo del battesimo che gli apostoli avevano ricevuto da Gesù proprio con la lavanda dei piedi nel contesto dell’ultima cena.

Questa antica tradizione è ancora viva sul finire del sec. II. Ireneo di Lione, discepolo di Policarpo di Smirne che a sua volta era discepolo di San Giovanni Apostolo, nell’affermare che Gesù battezzò i giusti dell’Antico Testamento durante la sua discesa agli inferi, lavando loro i piedi, chiaramente presuppone la valenza battesimale del rito della lavanda dei piedi. A partire dal III secolo si afferma la prassi sinottica del battesimo attraverso l’immersione e così lentamente scompare l’antico rito del battesimo mediante lavanda dei piedi, il solo rito che Gesù praticò nella sua vita. Già nel IV secolo si era quasi del tutto persa la comprensione battesimale del rito della lavanda dei piedi. Mentre ancora Ambrogio si attarda a difendere l’interpretazione battesimale del rito della lavanda dei piedi, Agostino imporrà a tutto l’occidente latino una lettura del rito della lavanda dei piedi come esempio di umiltà di Gesù.

A partire dal VIII secolo a Gerusalemme nascerà il rito del giovedì santo con la lavanda dei piedi ma con un significato totalmente diverso da quello che Giovanni ha proposto nel suo racconto evangelico. Il card. Cantalamessa nella sua ultima meditazione quaresimale di quest’anno dice che “nella lavanda dei piedi, Gesù ha voluto come riassumere tutto il senso della sua vita, perché rimanesse bene impresso nella memoria dei discepoli e un giorno, quando avrebbero potuto capire, capissero….Gesù istituisce la diakonia, cioè il servizio, elevandolo a legge fondamentale, o meglio, a stile di vita e a modello di tutti i rapporti nella Chiesa…Carità e umiltà insieme, formano il servizio evangelico”.

In conclusione, mentre celebriamo il mistero della cena del Signore con il sacramento dell’Eucaristia, ricordiamo anche l’istituzione del sacerdozio cristiano e la nascita della Chiesa. Collante simbolico e mistico di tutto questo è la lavanda dei piedi che nei primi secoli fu considerato il rito battesimale, e poi  fu riconosciuto come esempio e stile della vita cristiana da vivere nella comunità con servizio e carità.

Possa questa santa eucaristia rinnovare in ognuno di noi questi sentimenti scaturiti dalla pasqua di Cristo.

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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