La stolta ricchezza

XVIII Domenica del T.O. anno C

Oggi Qohelet nella liturgia della parola ci presenta una delle pagine più celebri dell’A.T. dichiara vanità tutto! Il lavoro, la vita, gli affetti, tutto. Sono vanità perché non durano, perché sono soggetti alla morte, una triste realtà che annichilisce ogni desiderio di potere e di gloria dell’uomo, rivelando così la caducità di ogni speranza riposta nelle cose di questo mondo. La vera conoscenza per l’uomo è quella di interrogarsi sul senso della morte, perché solo la morte rivela l’essenza della vita. Ma la vita del cristiano non è vivere per la morte di heideggeriana memoria, ma vivere sapendo che il supremo compimento della vita consiste nell’attraversare la soglia della morte e subire la profonda trasformazione del proprio essere ad immagine di Cristo, morto e risorto. Ecco perché il brano evangelico di oggi insiste nel denunciare ogni forma di cupidigia, di attaccamento ai beni della terra. La morte disturba e sconvolge i piani degli uomini, fino a vanificarli. 

Oggi si cerca in tutti i modi di prolungare la durata della vita, la medicina ha fatto passi da gigante e gli uomini pensano il meno possibile alla morte che certamente verrà, ma non ora! Ecco allora che la scena di questo mondo ci avvolge e ci coinvolge fino a farci dimenticare che tutto, prima o poi si conclude. Viviamo in una sorta di bolla magica, dove ognuno svolge il suo ruolo, la sua comparsa, cercando di accaparrare per sé averi, cariche, potere. Dimenticando che vivere una vita autentica significa vivere protesi all’incontro con Dio, il termine ultimo di ogni umana attesa. Noi abbiamo ricevuto la vita, non ce la siamo donata, così dobbiamo ricevere anche il senso da colui che ce l’ha donata. Ecco il peccato dell’uomo contemporaneo: quello di dare un senso alla vita a prescindere dal suo creatore, dal suo donatore. Noi possiamo solo riconoscere il senso alla nostra vita a partire da colui che ce l’ha donata, Dio. Per vivere la vita che oltrepassa la morte, la vita eterna, sono necessari l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo. Nient’altro.

La parabola evangelica del ricco stolto, ci ammonisce severamente, lo stolto nella Bibbia è colui che non si rende conto che nulla dura nella vita, ma tutto passa. Fare dipendere la propria vita da cose effimere e passeggere, questa è dunque stoltezza. Lo stolto è colui che si illude di mettere le mani sul futuro e di poterlo possedere e in questo dimostra di non avere intelligenza. Egli pensa di possedere ciò che per definizione è indisponibile, cioè il tempo, il futuro, la vita, persino la morte. Molto spesso ricchezza e stupidità vanno a braccetto, il ricco è spesso solo, senza amici veri, senza relazioni autentiche, chiuso nel suo egoismo egocentrico che lo fa sentire superiore agli altri solo perché possiede ricchezze. 

Così facendo dimentica i suoi doveri verso Dio e verso i fratelli, chiuso nel suo orizzonte non vede che solo sé stesso fino a diventare adoratore della sua stessa persona, della sua immagine e sprofonda così su sé stesso, il peccato dice S. Agostino è ripiegamento del cuore su di sé.

Allora la pagina evangelica di questa domenica sia di monito per tutti coloro che possiedono ricchezze: aprite i vostri cuori e date in elemosina, costruitevi un tesoro in cielo che nessuno potrà portarvi via, neppure la morte.

 

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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