Il Signore, un assente-presente

XIX Domenica del T.O. Anno C

La liturgia di questa domenica continua la riflessione di quella precedente. Gesù ci aveva raccomandato di non confidare nelle ricchezze perché queste non ci danno in possesso la vita eterna. Questa domenica il discorso si allarga sulla considerazione dell’attesa della venuta del Signore e sul ruolo dei servi, esortando i cristiani a distaccarsi dai beni materiali che offrono solo effimera sicurezza. Siamo tutti di passaggio, pellegrini in questo mondo e come Abramo, viviamo la provvisorietà della vita. Invece tutti dobbiamo tendere alla sola città che resterà per sempre e le cui fondamenta sono state fatte da Dio: la Santa Gerusalemme. I primi cristiani avevano una alta considerazione della precarietà del nostro essere nel mondo, si consideravano forestieri e di passaggio.

Chiamavano le comunità presenti nelle città di allora con un termine che oggi non dice più nulla, ma allora esprimeva bene il senso della precarietà della vita. I nuclei di cristiani residenti nelle città pagane venivano chiamate   “parrocchie”, cioè colonie di stranieri, (pàroikoi) dove tutto veniva vissuto in costante tensione verso il cielo. Oggi le nostre parrocchie composte da persone per lo più anonime, vivono una fase di profonda crisi.

Hanno perso la loro identità e la loro presenza nel tessuto urbano delle nostre città si confonde con le molte istituzioni filantropiche del territorio. Sovente si vive una sorta di mimetizzazione della fede dentro il contesto urbano. Anche la nuova architettura religiosa, caratterizzata da una  ideologia della non invadenza strutturale, preferisce modelli architettonici che si inseriscono nel tessuto urbano in maniera del tutto anonima, redendo così difficile identificare un edificio sacro. Assenza del campanile, facciate senza richiami simbolici, mancanza di piazza o di sagrato, fanno si che anche strutturalmente la percezione della presenza della comunità cristiana sia faticosa, quando impossibile. Del resto tutto ciò è accentuato dalla lunga assenza del Signore. Credere nella venuta del Signore è una sfida alla cultura di ogni tempo, significa accettare di vedere l’invisibile anche se si fa fatica e non tutti ci riescono. Come Israele non sopportò l’assenza di Mosè quando salì sul monte e vi rimase quaranta giorni, così molti cristiani oggi   possono non sopportare l’invisibilità di Dio, la sua assenza nella storia così da negare persino la sua esistenza. Si diviene così idolatri, assolutizzando il potere, il successo.

Solo chi si ostina a credere nella venuta del Signore, potrà capire le parole di S.Agostino: “ noi diventiamo ciò che amiamo”, si attende ciò che si ama. Riccardo di S. Vittore gli fa eco dicendo che chi ama diventa un tutt’uno con l’amato. In questo contesto di fede e di amore, acquista senso la vigilanza che è il rapporto equilibrato con sé stessi. Il Vangelo dice che il servo fedele trova la sua gioia e il suo riposo nel servire. Chi ama, ama servire la persona amata e in questo raggiunge la sua piena felicità.

E’ questo l’augurio che ci rivolgiamo in questo tempo travagliato.

 

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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