La porta stretta della salvezza

XXI Domenica del T.O. Anno C

Il Vangelo di questa domenica è difficile da interpretare, esso riflette la spiritualità ebraica che è stata sempre restia ad accordare la salvezza a buon mercato. La porta stretta è certamente una parabola che ci mette in guardia contro la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di sicurezze e di privilegi. Dio non ha privilegiati, non fa favori e non ha amici che possano vantare un trattamento di favore rispetto agli altri. La condizione che ci propone il vangelo di oggi è unica ed universale per entrare nella vita eterna. L’accesso è aperto a tutti, ma è stretto perché esigente, richiede impegno, buona volontà, sacrificio. La vita cristiana esige un impegno pratico, non accademico e teorico, tutti coloro che hanno praticato la fede come cultura religiosa, credenza tradizionale, e non hanno vissuto la fede come impegno e sacrificio, tutti costoro che si accreditano come amici di Gesù, quando la porta sarà chiusa resteranno inesorabilmente fuori. Allora i cripto- credenti saranno svelati e i cosiddetti amici di Gesù, o i credenti di facciata, saranno rigettati. Il lassismo che si riscontra oggi nelle comunità cristiane, è simile a quello che già si poteva intravedere ai tempi di Luca. Ecco perché l’evangelista fa ricorso a minacce ed inviti alla conversione. Il discorso evangelico che ieri si poteva considerare profetico, oggi è diventato storico. Come avvenne al tempo di Gesù che gli ebrei da destinatari privilegiati del messaggio evangelico divennero reprobi, oggi i cristiani che sono stati i destinatari della prima evangelizzazione, da primi che erano sono destinati ad essere ultimi. Oggi il Vangelo è accolto da nuovi popoli, nuove culture, mentre la cultura occidentale ubriaca di egoismo e relativismo sta lentamente affogando nel suo stesso processo identitario. Il contrasto della parabola evangelica tra “fuori” e “dentro” si è trasferito tra “ultimi” e   “ primi”. I popoli europei, e occidentali che erano stati figli della prima evangelizzazione, ora sono diventati ultimi, la fede è lentamente desertificata, il testimone è già passato ad altri. Un segno di questo cambiamento è nella composizione del collegio cardinalizio che ha voluto papa Francesco. Gli europei sono quasi scomparsi e gli italiani sono diventati del tutto insignificanti.

Questo lento declino della pratica della fede è inesorabilmente presente nelle nostre assemblee. Sono stanche, asfittiche e rassegnate, abitate da gente che si accontenta di una appartenenza formale alla fede e si crede per questo a posto con la propria coscienza, ma di fatto non fa nulla per contribuire alla crescita e al sostegno della vita della Chiesa. Tutto viene tacitato con la sterile partecipazione alla messa domenicale e con la monetina di pochi centesimi che si lascia cadere stancamente nel sacchetto delle offerte. Tutto qui la fede cristiana, nessun annuncio, nessun fatto, nessun sacrificio.

Credo che sia giunto il momento di levare lo sguardo al cielo e non più solo alla terra, di rimboccarsi le maniche e ricominciare a proporre un cristianesimo dei fatti, e non solo di parole. Ricostruire deve essere il nostro nuovo motto. Ricostruire nuovi rapporti, nuove vie di evangelizzazione, e di testimonianza, nuove opere che siano segno della libertà della nostra fede e dell’amore della comunità cristiana verso tutti coloro che gridano per la giustizia, per il pane, per un futuro dignitoso. Se vogliamo entrare attraverso la porta stretta a queste grida dobbiamo dare una risposta certa e credibile.

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro

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