Le nozze, occasione di vanità e di spreco

XXII Domenica del T.O. Anno C

La parabola raccontata da Gesù nel vangelo di questa domenica, ci consente di pensare alla condizione dell’uomo rispetto a Dio. L’occasione è data a Gesù da un invito a pranzo da un notabile. A quel tempo gli invitati erano appartenenti alla cerchia degli amici e provenivano dal medesimo rango sociale. I posti erano rigidamente assegnati seguendo una gerarchia precisa. Il banchetto, soprattutto quello nuziale, era l’occasione per una messa in mostra della vanità e della ricchezza della famiglia. Gesù accogliendo l’invito, ha trasformato il banchetto in una occasione di catechesi sull’umiltà e sull’accoglienza degli ultimi. Gesù parlando del banchetto di nozze, non condanna la festa, ma denuncia una situazione di discriminazione dei poveri e degli ultimi. Anche oggi tale situazione persiste, anzi si è aggravata. Molti matrimoni che oggi vengono celebrati nelle chiese sono la manifestazione di un ostentato esibizionismo curante solo dell’apparire e della ricerca del sensazionale ad ogni costo. Le chiese sono usate in molti casi come il set di uno spettacolo laico e senza fede, dove l’attenzione di tutti, sposi inclusi, è rivolta alle pose cinematografiche, senza alcuna cura al sacramento e alla dimensione di fede del rito. Ci si dimentica persino di fare quel gesto di solidale carità che è l’offerta alla chiesa per il suo sostentamento e per la carità verso i poveri. E’ oramai passata la credenza (falsa, ma ipocritamente comoda) che i sacramenti non si pagano. Ma i sacramenti non si sono mai pagati perché non hanno prezzo, l’amore di Dio è impagabile, si contribuisce invece alle spese che le chiese sostengono per la cerimonia: per il personale impiegato, per i consumi, la pulizia e anche per il sostentamento delle opere pastorali. Tutto questo sembra un ragionamento estraneo alla gente che oggi viene a chiedere di sposarsi in chiesa, tutto sembra dovuto! Però al contrario si pagano fior di quattrini per i banchetti e per tutto quello che ruota attorno alla cerimonia, li non si bada a spese, invece il risparmio è solo rivolto alla offerta (misera e meschina più delle volte) che si fa alla parrocchia. 

Ma il vangelo di oggi tratta anche di un altro aspetto: la ricerca affannosa del primo posto. Ognuno vorrebbe stare più avanti di tutti e più in alto possibile per essere superiore agli altri. Siamo sicuri di valere e di essere importati solo quando possiamo guardare gli altri dall’alto in basso. Solo così possiamo soddisfare la nostra bramosia di potere. Ma solo Dio assegna il posto giusto ad ognuno, non gli uomini, fossero anche imperatori. Le parole di Gesù ci mostrano che una ricerca del primo posto e dell’onore è una pretesa stupida, è meglio lasciare al padrone di casa (a Dio), la distribuzione dei posti. Perché Dio non è disposto ad accogliere e riconoscere l’ordine gerarchico che gli uomini hanno stabilito tra loro. L’onore, il prestigio sono privi di valore davanti a lui. Per la ricerca dei primi posti e degli onori, non conviene spendere energie e tempo, tanto nulla valgono davanti al tribunale severo di Dio. Davanti a lui non ci sono titoli che tengano. Il nostro valore ai suoi occhi dipendono solo da lui, non dalla nostra ambizione. Ma dobbiamo stare attenti anche all’altra tentazione che forse è ancora più subdola e davanti alla quale ci mette in guardia il vangelo. Mi riferisco alla falsa umiltà. I falsi umili sono quelli che ostentano atteggiamenti umili, nella speranza che gli altri si accorgano di loro e cosi possono ricevere quegli onori a cui segretamente aspirano ma per falsa modestia ostentano rifiutare. Il mondo è pieno di questi personaggi. Chi parla di umiltà senza praticarla è un ipocrita e un falso. Non si deve parlare di umiltà, ma la si deve praticare, con sincera convinzione, sapendo che solo Dio la vede e solo lui la premia. I santi ci offrono un meraviglioso esempio di come fare. Mi sovviene la venerabile Rosella Staltari, giovane religiosa delle Figlie di Maria SS. Corredentrice di Reggio Calabria. Ha vissuto una vita breve e umile, nessuno se ne è accorto di lei, delle sue virtù, della sua fede. Solo dopo la morte è emersa come una gigante nella testimonianza delle virtù eroiche e la Chiesa le ha riconosciute ufficialmente. Umiltà è saper stare nel posto assegnato dal Signore. Umiltà è essere fedeli al compito affidato dal Signore. Umiltà è dare una giusta valutazione di sé stessi, senza esaltarsi, né abbattersi.

Sac. Antonio Concetto Cannizzaro 

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